La domanda, alla vigilia, era quasi inevitabile: che Venezia sarebbe stata senza i grandi americani?
Niente Dune: Part Three di Denis Villeneuve, niente Digger di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise, niente nuovo David Fincher. E anche altri titoli molto attesi hanno scelto strade diverse dal Lido. Una parte della stampa internazionale aveva letto queste assenze come un possibile segnale di indebolimento della Mostra del Cinema di Venezia.
Dodici giorni dopo, però, i numeri raccontano una storia diversa.
Venezia 83 ha chiuso con 117.656 biglietti venduti, il 14% in più rispetto al 2025, che era già stato un anno record.
Il risultato non dimostra che Hollywood non serva più. Dimostra qualcosa di più interessante: Venezia può funzionare anche quando Hollywood non è il protagonista.
Barbera ha vinto la scommessa
Per Alberto Barbera, questa edizione rappresentava una prova particolarmente delicata.
La Mostra arrivava infatti al 2026 dopo anni nei quali il Lido aveva costruito una reputazione fortissima come trampolino di lancio della stagione dei premi. Venezia era diventata il luogo nel quale presentare i film più ambiziosi, conquistare la critica internazionale e iniziare la corsa verso gli Oscar.
Nel 2026 quella macchina sembrava improvvisamente meno potente.
I grandi studios hanno ridotto la loro presenza e diversi dei titoli che avrebbero potuto trasformare il Lido in una gigantesca vetrina hollywoodiana non sono arrivati. Dune: Part Three, Digger, il nuovo film di David Fincher e altri progetti molto attesi sono rimasti fuori dal programma. Le ragioni erano diverse: calendari produttivi, ritardi, reshoot e strategie distributive.
Il rischio era evidente: una Mostra meno spettacolare, meno glamour e forse meno centrale nella corsa cinematografica internazionale.
Barbera ha invece scelto di non inseguire a tutti i costi il blockbuster.
Ha puntato sugli autori.
E soprattutto su film capaci di generare discussione.
Il risultato è stato un festival nel quale Werner Herzog, Lee Chang-dong, Ilya Khrzhanovsky, May el-Toukhy, Martin McDonagh e altri registi hanno occupato lo spazio che in passato sarebbe stato più facilmente condiviso con le grandi produzioni americane.
Non è stata una Venezia più piccola.
È stata, semmai, una Venezia diversa.
Il pubblico ha risposto: 117.656 biglietti
È qui che il successo della Mostra diventa difficile da mettere in discussione.
117.656 biglietti venduti non sono una sensazione, una buona recensione o un’impressione raccolta sul red carpet. Sono un dato ufficiale della Biennale di Venezia. E soprattutto rappresentano un +14% sul 2025, che già aveva stabilito un record.
A questi numeri si aggiungono 14.000 accrediti, sostanzialmente in linea con l’anno precedente, e 3.000 professionisti accreditati al Venice Production Bridge.
La Mostra ha quindi mantenuto contemporaneamente tre pubblici:
- quello dei cinefili che acquistano il biglietto;
- quello degli addetti ai lavori;
- quello digitale, sempre più importante.
Anche sui social il bilancio è significativo: i contenuti ufficiali della Biennale Cinema 2026 hanno raggiunto 37,3 milioni di visualizzazioni e 739.341 interazioni. Su RaiPlay, inoltre, la Mostra risulta al primo posto nelle visualizzazioni della piattaforma al momento della chiusura del bilancio.
Per una manifestazione che sembrava dover pagare l’assenza dei blockbuster, è una risposta piuttosto eloquente.
Non è stata una Venezia senza Hollywood
Attenzione, però, a non trasformare il dato in una conclusione sbagliata.
Dire che Venezia ha avuto successo senza i grandi blockbuster americani non significa dire che Hollywood sia diventata irrilevante.
Hollywood c’era.
C’erano Robert Pattinson, John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Javier Bardem, Penélope Cruz e altri nomi internazionali. C’erano produzioni americane e indipendenti, tra cui Primetime, Wild Horse Nine e Bunker.
E soprattutto c’era un elemento che spesso viene dimenticato quando si parla di festival: una star non deve necessariamente arrivare con un film da 200 milioni di dollari per generare attenzione.
Il pubblico può essere attirato anche da un grande autore, da una storia controversa, da un film politico o da una performance.
Lo dimostra John Malkovich, premiato come miglior attore per Wild Horse Nine, oppure il clamore generato da NAZA, che ha conquistato il Premio Speciale della Giuria e una fortissima risposta del pubblico.
La vera vittoria di Barbera, quindi, non è aver dimostrato che Venezia può fare a meno dell’America.
È aver dimostrato che Venezia può continuare a essere Venezia anche quando l’America non le consegna i suoi titoli più attesi.
La forza dei film che nessuno aspettava
Forse il paradosso più interessante di questa edizione è proprio questo.
Molti dei film più discussi non erano quelli che, mesi prima, avrebbero dovuto vendere l’immagine della Mostra.
Woman Unknown ha conquistato il Leone d’Oro.
Possible Love ha vinto il Gran Premio della Giuria.
DAU ha portato a casa il Leone d’Argento per la regia a Ilya Khrzhanovsky.
NAZA ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria.
John Malkovich ha vinto la Coppa Volpi.
E la Mostra ha chiuso con una selezione che la critica internazionale ha giudicato molto più forte di quanto lasciassero immaginare le previsioni della vigilia. Vulture, nel bilancio finale, ha parlato di una selezione potente e politicamente incisiva, mentre The Guardian ha definito coraggiose le scelte del palmarès.
È forse questa la lezione più importante di Venezia 83.
Un festival non deve necessariamente presentare il film più costoso dell’anno.
Deve presentare il film di cui il mondo del cinema avrà voglia di parlare.
E Barbera, da questo punto di vista, sembra aver centrato ancora una volta l’obiettivo.
Ma cosa non ha funzionato?
Il successo non cancella le criticità. E sarebbe sbagliato raccontare Venezia 83 come un’edizione perfetta.
La prima riguarda proprio Hollywood.
La fuga o il rinvio di alcuni grandi titoli è stata reale e ha fatto discutere. L’assenza di Dune: Part Three, Digger e del nuovo film di David Fincher ha alimentato la sensazione di una Mostra meno forte sul piano degli eventi cinematografici globali. Le Monde ha parlato apertamente di delusione per l’assenza di molti film americani attesi, mentre Vanity Fair ha collegato il ridimensionamento della presenza degli studios a costi, ritardi produttivi, strategie distributive e al timore di esporre troppo presto i film alle recensioni.
La seconda criticità è stata la rappresentanza femminile.
Il Concorso ha presentato una situazione difficilmente difendibile: Woman Unknown di May el-Toukhy era l’unico film diretto da una donna tra i 20 titoli inizialmente annunciati; considerando l’intero Concorso finale di 21 film, la presenza femminile è rimasta comunque estremamente ridotta. La questione ha provocato critiche già prima dell’inizio della Mostra, con Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria, che ha parlato di un problema sistemico che continua a ostacolare le registe.
E c’è un’ultima questione, più propriamente editoriale.
Il grande successo di pubblico non significa automaticamente che tutti i film siano stati all’altezza delle aspettative. La selezione ha prodotto titoli molto forti e altri più divisivi. Il cinema italiano, per esempio, è arrivato in Concorso con cinque film ma non ha ottenuto riconoscimenti nel palmarès principale. La stessa analisi finale della stampa internazionale ha evidenziato come il festival sia stato dominato soprattutto dal cinema internazionale e dai temi politici.
Ma forse è proprio qui che la Mostra ha mostrato il suo carattere.
Non tutte le scommesse di Barbera hanno funzionato allo stesso modo.
La scommessa complessiva, invece, sì.
Barbera vince, ma la prossima sfida sarà più difficile
Il successo di Venezia 83 non deve diventare un alibi per pensare che i grandi film americani non servano più.
Al contrario.
La sfida per Barbera sarà dimostrare che questo risultato non è stato soltanto l’effetto di un’edizione particolare, ma l’inizio di una nuova fase.
Una Mostra capace di attirare il pubblico anche senza Dune, Digger o un nuovo Fincher è una Mostra forte.
Una Mostra capace di fare tutto questo e contemporaneamente riportare i grandi studios al Lido sarebbe ancora più forte.
Per ora, però, i numeri parlano chiaro.
La 83ª Mostra del Cinema di Venezia ha venduto più biglietti dell’edizione precedente, ha mantenuto stabile il numero degli accrediti professionali, ha raggiunto decine di milioni di utenti sui social e ha prodotto un palmarès capace di generare discussione internazionale.
E quindi sì: Alberto Barbera può considerare Venezia 83 una vittoria.
Non perché abbia battuto Hollywood.
Ma perché, quando Hollywood ha lasciato qualche spazio vuoto, il cinema lo ha riempito comunque.
Per approfondire i numeri ufficiali dell’edizione, puoi leggere anche Venezia 83 chiude con numeri da record su ShowLand News.
Venezia 83, dunque, non ha dimostrato che i grandi nomi non servono. Ha dimostrato che non bastano. E forse è proprio questa la vittoria più importante di Barbera.