Testimoni di Geova e sangue: parla Raffaella Di Marzio (Prima parte, audio)

La posizione dei Testimoni di Geova sul sangue è stata per decenni al centro di discussioni, dibattiti e casi giudiziari. Il recente chiarimento dell’organizzazione introduce ora un elemento importante: una maggiore possibilità di scelta individuale da parte dei fedeli rispetto ai singoli componenti del sangue.

Ma che cosa cambia concretamente? E quanto siamo davanti a una semplice precisazione e quanto, invece, a una modifica significativa della precedente posizione?

Per approfondire la questione abbiamo intervistato Raffaella Di Marzio, ricercatrice e docente che da oltre trent’anni studia il mondo delle religioni e delle spiritualità minoritarie. Nel corso della sua attività si è occupata, tra gli altri temi, di psicologia della conversione religiosa, psicologia dei gruppi e rapporto tra religione, società e stigma.

In questa prima parte dell’intervista affrontiamo soprattutto il significato del nuovo orientamento e le sue conseguenze concrete per i fedeli.

Raffaella, qual è stata la tua reazione quando hai saputo del chiarimento dei Testimoni di Geova sulla questione del sangue? Qual è stato il primo pensiero che ti è venuto in mente?

Raffaella Di Marzio: Il primo pensiero è stato molto positivo. Questo cambiamento dà ai Testimoni di Geova la possibilità di fare una scelta personale, di autodeterminarsi rispetto all’accettazione dei singoli componenti del sangue.

È importante distinguere il sangue nel suo insieme dalle sue singole componenti, che oggi possono essere utilizzate in modo differenziato in ambito medico. La riflessione dei Testimoni di Geova parte naturalmente dalla Bibbia e dalla sacralità del sangue così come viene intesa nella loro dottrina, ma tiene conto anche di un dato scientifico: il sangue non è un blocco indistinto di sostanze, ma è composto da elementi diversi che possono essere utilizzati in funzione delle necessità cliniche.

Mi è sembrato quindi un cambiamento positivo, capace di tenere insieme il rispetto dell’insegnamento biblico, l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e il principio dell’autodeterminazione del fedele.

Come interpreti questo chiarimento dal punto di vista dottrinale? Siamo davanti a una semplice precisazione, a un cambiamento significativo dell’interpretazione precedente o a qualcosa di più complesso?

Raffaella Di Marzio: Tutti i cambiamenti dottrinali, e questo non riguarda soltanto i Testimoni di Geova, hanno bisogno di essere osservati nel tempo. In moltissimi gruppi religiosi, nel corso dei decenni, cambiano le dottrine oppure cambiano le modalità con cui una dottrina viene applicata.

Anche in questo caso il cambiamento non arriva all’improvviso. Già in precedenza era data ai Testimoni di Geova la possibilità di utilizzare il proprio sangue, mentre prima questa possibilità non era prevista. Progressivamente sono emerse altre indicazioni che hanno portato alla decisione attuale.

Nel comunicato si parla di preghiera e di riflessione su come interpretare correttamente la Bibbia rispettando l’autodeterminazione dei fedeli. Non vedo quindi nulla di improvviso.

Come tutti i cambiamenti nel mondo religioso, anche questo è il risultato di un processo di riflessione. E aggiungerei un altro elemento: i cambiamenti avvengono anche attraverso il dialogo con il mondo esterno, in questo caso con la scienza. Il confronto con le conoscenze scientifiche può contribuire a una riflessione teologica e religiosa.

A mio avviso, questo dialogo ha prodotto un risultato positivo: un’organizzazione religiosa che mantiene una posizione molto precisa sui propri insegnamenti può comunque modificare alcune applicazioni della dottrina senza rinunciare alla propria identità.

Che cosa cambia concretamente per un Testimone di Geova che si trovi davanti a una situazione medica nella quale è necessario prendere decisioni relative al sangue? E quali aspetti, invece, rimangono invariati?

Raffaella Di Marzio: Cambia il fatto che il singolo Testimone di Geova può accettare oppure rifiutare i singoli componenti del sangue. Rimane invece il divieto della trasfusione di sangue nella sua globalità.

Un fedele può quindi decidere di non ricevere, per esempio, un determinato componente, ma questa è una scelta personale. La cosa che considero più importante è proprio l’autodeterminazione.

Nel nuovo orientamento viene chiarito che la congregazione non interviene nella decisione individuale e non va successivamente a chiedere conto al singolo fedele di ciò che ha deciso di accettare o rifiutare.

Questo mi sembra un passaggio importante rispetto al passato: la persona può assumersi direttamente la responsabilità della propria scelta sanitaria.

Nella storia del cristianesimo e delle religioni in generale ci sono stati numerosi momenti nei quali interpretazioni e prassi sono state precisate o modificate alla luce di nuove esigenze e di una diversa comprensione delle Scritture. Quanto è fisiologico che una comunità religiosa riveda nel tempo una determinata interpretazione? E quali criteri permettono di distinguere un approfondimento dottrinale da una semplice correzione di una posizione precedente?

Raffaella Di Marzio: Secondo me è difficile parlare di una semplice correzione quando un cambiamento produce conseguenze nella vita concreta dei credenti. Se cambia la prassi, cambia in qualche misura anche la confessione religiosa che quella prassi applica.

Ogni gruppo religioso è inserito in un contesto sociale. Per quanto possa essere chiuso, è molto difficile che non risenta delle influenze esterne. Un isolamento totale sarebbe stato forse possibile in alcune circostanze del passato, ma oggi, con internet e i mezzi di comunicazione, è praticamente impossibile impedire qualsiasi contatto con il mondo esterno.

Le questioni legate alla salute, al fine vita, all’inizio della vita e alle altre grandi questioni etiche sollecitano necessariamente le comunità religiose.

Il cambiamento nasce quindi anche da questa interazione. La questione fondamentale è che l’adattamento deve, per una comunità religiosa, salvaguardare ciò che quella comunità considera il nucleo fondamentale della propria dottrina.

Nel caso dei Testimoni di Geova, il cambiamento sulla questione del sangue non cancella la loro concezione della sacralità del sangue. È una trasformazione maturata nel corso di decenni, anche attraverso il confronto con le possibilità offerte dalla medicina e con le situazioni concrete affrontate dai fedeli.

Una nuova fase nel rapporto tra fede e medicina

La questione del sangue si trova quindi all’incrocio tra fede, autodeterminazione, medicina e bioetica. Il chiarimento dei Testimoni di Geova non elimina la loro posizione dottrinale sulla sacralità del sangue, ma modifica lo spazio lasciato alla decisione individuale sui suoi singoli componenti.

È proprio questo il punto che, secondo Raffaella Di Marzio, merita di essere compreso senza semplificazioni: non soltanto che cosa veniva stabilito in passato, ma soprattutto che cosa viene oggi lasciato alla coscienza e alla responsabilità del singolo fedele.

La questione apre inoltre un confronto più ampio sul rapporto tra le convinzioni religiose e l’evoluzione della medicina, sul diritto del paziente a partecipare alle decisioni che riguardano la propria salute e sul modo in cui le comunità religiose modificano nel tempo alcune delle proprie prassi.

Nella seconda parte dell’intervista, Raffaella Di Marzio affronta invece le reazioni al cambiamento, le critiche provenienti da ex membri e ambienti antisette, il modo in cui alcuni media hanno raccontato la vicenda e la necessità di verificare dati e fonti, a partire anche dalla controversa cifra dei 33.000 morti citata in alcune ricostruzioni.

Introvigne: «Testimoni di Geova, troppa cattiva informazione sul sangue» (Audio)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *