CEDU: l’Italia ha discriminato i Testimoni di Geova, l’analisi di Raffaella Di Marzio

La recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che ha riconosciuto una discriminazione nei confronti della Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova in Italia, riporta al centro del dibattito il tema della libertà religiosa e del rapporto tra lo Stato e le confessioni religiose.

Secondo i giudici di Strasburgo, il protrarsi per oltre quarant’anni della mancata ratifica dell’Intesa già sottoscritta con i Testimoni di Geova costituisce una violazione del principio di non discriminazione. Una decisione destinata ad avere effetti che vanno ben oltre il singolo caso e che chiama in causa l’intero sistema italiano delle Intese.

Per comprendere il significato e le possibili conseguenze della sentenza abbiamo intervistato Raffaella Di Marzio, sociologa delle religioni, direttrice del Centro Studi LIREC (Libertà di Religione, Credo e Coscienza) e tra le principali studiose italiane delle minoranze religiose e della libertà religiosa. Da anni il Centro Studi LIREC monitora la situazione delle confessioni religiose in Italia, denunciando le criticità del sistema delle Intese e le forme di discriminazione che possono derivarne.

Nell’intervista che segue, Di Marzio analizza le motivazioni della sentenza, il significato della condanna per l’Italia e le possibili ripercussioni per tutte le minoranze religiose presenti nel Paese.

Raffaella Di Marzio al Senato della Repubblica (Foto Agata Zito)

Qual è il significato di questa condanna dell’Italia da parte della CEDU per la libertà religiosa nel nostro Paese?

Il significato della sentenza CEDU, per quanto riguarda l’Italia in generale e quindi lo stato della libertà religiosa nel nostro Paese, è importante perché dice qualcosa che va al di là del caso dell’Intesa dei Testimoni di Geova. Segnala al Governo che il sistema delle Intese, nato come strategia temporanea per regolare i rapporti con le confessioni religiose, è ormai giunto alla fine della sua validità, e lo è da molto tempo.

Questa sentenza afferma che la situazione della libertà religiosa in Italia non può più proseguire lungo questa linea. Con il regime attuale esiste infatti una categorizzazione delle confessioni religiose, una sorta di piramide di dignità. Al vertice c’è la Chiesa cattolica con il Concordato; seguono le confessioni che hanno ottenuto l’Intesa; poi quelle che attendono ancora l’approvazione; infine tutte le organizzazioni che non hanno un’Intesa, perché magari non l’hanno richiesta o non la desiderano.

Va ricordato che non è obbligatorio avere un’Intesa per essere liberi di professare la propria fede in Italia. Tuttavia questa piramide è, a mio avviso, illegittima, perché gli accordi sottoscritti dall’Italia nel 2013, con l’approvazione delle linee guida dell’Unione Europea sulla libertà di religione o di credo, richiedono esattamente il contrario: che non esistano differenze di dignità tra confessioni maggioritarie e minoritarie.

La sentenza, quindi, ratifica semplicemente il carattere ormai arcaico e incompatibile con questi principi del sistema delle Intese nel nostro Paese.

Perché la Corte ha ritenuto che i Testimoni di Geova siano stati vittime di una discriminazione rispetto alle altre confessioni religiose?

La Corte afferma che la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova è ormai da decenni oggetto di una discriminazione da parte dello Stato. Mentre la maggior parte delle altre confessioni religiose che hanno chiesto un’Intesa l’ha ottenuta, anche se talvolta dopo molti anni di attesa, i Testimoni di Geova si trovano in una situazione diversa.

La loro Intesa è stata approvata e firmata da ben tre Presidenti del Consiglio dei Ministri, ma non è mai stata ratificata dal Parlamento.

La discriminazione consiste proprio nel fatto che, secondo la sentenza, non esiste alcun motivo reale, concreto o dimostrato per negare ai Testimoni di Geova ciò che è stato concesso ad altre confessioni religiose. Non ci sono aspetti della loro dottrina, delle loro pratiche o dei loro regolamenti che siano in contrasto con la legge italiana.

Nonostante questo, attendono da oltre quarant’anni il completamento dell’Intesa.

La sentenza parla di oltre quarant’anni di mancato completamento dell’Intesa. Come si è arrivati a una situazione così prolungata?

Quello che rende questa situazione così anomala è che non si tratta di una richiesta rimasta ferma nelle fasi iniziali. L’Intesa dei Testimoni di Geova è stata negoziata, approvata e firmata da tre diversi Presidenti del Consiglio. Eppure non è mai arrivata alla ratifica parlamentare.

Da oltre quarant’anni questa procedura rimane incompiuta senza che sia stata fornita una motivazione concreta e convincente. Proprio questa assenza di ragioni oggettive è uno degli elementi che hanno portato la CEDU a riconoscere l’esistenza di una discriminazione.

Come Centro Studi abbiamo segnalato per anni questa anomalia, chiedendoci come sia possibile che un’Intesa firmata continui a restare bloccata senza alcuna spiegazione valida.

La Corte ha respinto motivazioni spesso richiamate nel dibattito pubblico, come le trasfusioni di sangue, l’obiezione di coscienza e la partecipazione politica. Quanto pesa questo passaggio nella decisione?

Le motivazioni spesso richiamate nel dibattito pubblico — il rifiuto delle trasfusioni di sangue, l’obiezione di coscienza o l’astensione dal voto — vengono presentate da decenni come aspetti inaccettabili della dottrina e della prassi dei Testimoni di Geova.

In realtà si tratta di scelte motivate religiosamente che non violano alcuna legge italiana.

Per quanto riguarda le trasfusioni di sangue, il diritto di rifiutare un trattamento sanitario è oggi riconosciuto anche a livello costituzionale. Nessuno può essere obbligato a sottoporsi a una terapia contro la propria volontà. Nel caso dei minori, quando esiste un pericolo per la vita, interviene il tribunale che autorizza le cure necessarie, limitatamente a quella specifica situazione.

Anche la scelta di non partecipare alle elezioni non costituisce una violazione della legge. È una decisione che i Testimoni di Geova motivano sulla base della propria interpretazione della Bibbia.

Per questo la CEDU sottolinea che tali argomentazioni non possono essere utilizzate per giustificare il mancato completamento dell’Intesa. Non sono basi attendibili e non rappresentano motivi validi per trattare i Testimoni di Geova in modo diverso dalle altre confessioni religiose.

Uno dei punti centrali riguarda l’esclusione dei Testimoni di Geova dall’otto per mille. Perché questo aspetto è stato considerato così rilevante dai giudici europei?

Tutte le confessioni religiose che hanno ottenuto l’Intesa possono accedere all’otto per mille. I fedeli, ma anche qualsiasi contribuente, possono destinare una quota delle proprie imposte a una determinata confessione religiosa.

Per molte comunità religiose questo rappresenta una risorsa fondamentale per sostenere le proprie attività. Inoltre, una parte significativa di questi fondi viene utilizzata per iniziative sociali, assistenziali e culturali che vanno a beneficio dell’intera collettività.

L’esclusione dei Testimoni di Geova da questo sistema, protrattasi per decenni, ha prodotto un danno economico molto rilevante.

La CEDU evidenzia questo aspetto perché si tratta di una conseguenza concreta della discriminazione subita. Tuttavia, a mio avviso, esiste un danno ancora più grave: quello legato al pregiudizio.

Il fatto di non avere un’Intesa fa apparire i Testimoni di Geova come una religione nella quale debba esserci necessariamente qualcosa che non va. Nell’immaginario collettivo si crea l’idea che, se dopo così tanti anni il Parlamento non ha ratificato l’Intesa, allora debba esistere qualche problema nascosto.

Questo alimenta un clima di ostilità, diffidenza e pregiudizio che nel nostro Paese esiste da molto tempo e che, purtroppo, è andato peggiorando.

La CEDU ha evidenziato gravi criticità nel sistema italiano delle Intese. Quali sono, secondo lei, le principali carenze dell’attuale procedura?

La principale criticità è proprio il sistema delle Intese così come funziona oggi. Si è creata una gerarchia tra confessioni religiose che produce una differenza di status e di dignità.

Esistono confessioni che hanno ottenuto l’Intesa, confessioni che la attendono da anni e altre che rimangono completamente escluse. Questa situazione genera inevitabilmente disparità di trattamento.

La sentenza mette in luce la necessità di costruire un sistema più democratico e più rispettoso dei diritti delle minoranze religiose, eliminando l’attuale modello che finisce per dividere le confessioni tra quelle considerate pienamente legittimate e quelle che sembrano invece rimanere in una posizione subordinata.

Questa sentenza riguarda soltanto i Testimoni di Geova o potrebbe avere conseguenze anche per altre confessioni religiose presenti in Italia?

Questa sentenza non riguarda soltanto i Testimoni di Geova. In realtà giudica il sistema italiano delle Intese e, più in generale, il modo in cui viene tutelata la libertà religiosa delle minoranze nel nostro Paese.

Se il Governo italiano decidesse di prendere sul serio le indicazioni della CEDU, dovrebbe avviare una riforma complessiva del sistema.

Per questo la sentenza potrebbe avere conseguenze anche per altre confessioni religiose che non hanno ancora ottenuto un’Intesa. Penso, ad esempio, alle comunità musulmane, che potrebbero trovare in questa decisione un importante punto di riferimento per rivendicare i propri diritti.

La Corte non impone allo Stato italiano di firmare l’Intesa. Quali effetti concreti produce allora questa decisione?

La Corte non può obbligare il Governo italiano a firmare l’Intesa. Può però accertare una violazione dei diritti e condannare lo Stato al pagamento di un risarcimento.

In questo caso è stato disposto un indennizzo di 18.000 euro ai Testimoni di Geova, una cifra che considero piuttosto modesta rispetto alla portata della vicenda.

L’effetto concreto più importante della sentenza è però un altro: il riconoscimento ufficiale dell’esistenza di una discriminazione.

Mi auguro che almeno questo porti a riprendere in mano l’Intesa già firmata da tre Presidenti del Consiglio e a condurla finalmente alla sua conclusione naturale, cioè alla ratifica definitiva.

Quali passi dovrebbe compiere ora il Governo italiano per adeguarsi ai principi indicati dalla Corte e prevenire nuove situazioni discriminatorie?

Il Governo dovrebbe intervenire immediatamente per costruire un nuovo apparato normativo capace di regolamentare in maniera democratica e rispettosa dei diritti delle minoranze religiose i rapporti tra lo Stato e le confessioni.

Occorre superare quella che considero una vera e propria piramide delle religioni, nella quale alcune appaiono più legittimate di altre.

Sarebbe necessario riformare il sistema nel suo complesso e, come primo passo concreto, sbloccare finalmente la procedura dell’Intesa dei Testimoni di Geova.

Naturalmente resta da vedere se il Governo deciderà di agire. Noi continueremo a monitorare la situazione e a verificare se all’interno delle istituzioni competenti si muoverà qualcosa.

Al di là del caso specifico, quale messaggio lascia questa sentenza sul rapporto tra Stato, pluralismo religioso e tutela dei diritti fondamentali in una società democratica?

Il messaggio fondamentale della sentenza è che uno Stato democratico non può creare confessioni religiose di serie A e confessioni religiose di serie B.

La libertà religiosa non può essere garantita attraverso un sistema che attribuisce livelli diversi di riconoscimento e di dignità alle varie comunità di fede.

La CEDU ricorda all’Italia che il pluralismo religioso è un valore fondamentale della democrazia e che i diritti delle minoranze devono essere tutelati allo stesso modo di quelli delle confessioni più numerose o storicamente più radicate.

Per questo considero questa sentenza importante non soltanto per i Testimoni di Geova, ma per tutte le minoranze religiose presenti nel nostro Paese.

In conclusione

Al di là della vicenda che riguarda i Testimoni di Geova, la sentenza della CEDU apre una riflessione più ampia sul futuro della libertà religiosa in Italia. Il nodo centrale non è soltanto la mancata ratifica di un’Intesa attesa da decenni, ma il modello stesso con cui lo Stato disciplina i rapporti con le confessioni religiose.

Come sottolinea Raffaella Di Marzio nel corso dell’intervista, il rischio è quello di alimentare una distinzione tra religioni considerate pienamente legittimate e altre relegate in una posizione subordinata. È proprio questa la questione che la Corte europea ha posto all’attenzione delle istituzioni italiane.

Resta ora da capire se la sentenza rappresenterà soltanto una condanna formale oppure l’inizio di una revisione concreta del sistema. Di certo, il pronunciamento di Strasburgo segna un precedente destinato a influenzare il dibattito sulla libertà religiosa, sul pluralismo e sulla tutela dei diritti fondamentali nel nostro Paese per gli anni a venire.

One thought on “CEDU: l’Italia ha discriminato i Testimoni di Geova, l’analisi di Raffaella Di Marzio

  1. Gentili Sig.ri,
    Casualmente ho letto l’articolo della Dott.ssa Di Marzio in relazione alla discriminazione nei confronti dei Testimoni di Geova. L’ho letto e riletto e a essere sinceri mi ha allietato la giornata, tanto che l’ho stampato in modo da leggerlo di nuovo in seguito. E’ vero che io sono di parte, ma non ci sono dubbi sulla correttezza e lealtà, riconducibile all’organizzazione. A un certo punto avevo pensato che la Dott.ssa avrebbe pure avuto i requisiti per essere un Avvocato, ma comunque sia, i suoi articoli rientrano comunque su questo profilo, a fronte della difesa delle minoranze religiose. Con l’occasione invio alla Dott.ssa, la mia e di mia moglie, stima e gratitudine. Renzo Castellarin da Fiume Veneto (PN)

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