Silvia Mari De Santis: il coraggio di raccontare ciò che altri tacciono

Ci sono giornalisti che raccontano i fatti. E poi ci sono giornalisti che scelgono di entrarci dentro, anche quando significa esporsi, rischiare e pagare un prezzo personale. (Ascolta l’audio integrale)

Silvia Mari De Santis appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Vice caporedattrice dell’Agenzia Dire, per anni ha portato avanti uno dei lavori di inchiesta più complessi e delicati del panorama italiano: quello sulle cosiddette “Mamme Coraggio”, madri coinvolte in procedimenti giudiziari dove il tema della violenza domestica si intreccia con le dinamiche dell’affido e delle perizie psicologiche.

Il suo percorso professionale è fatto di studio, gavetta, determinazione e una forte tensione etica verso la ricerca della verità. Ma è anche una storia personale segnata da dolore, resilienza e da quella capacità rara di trasformare le ferite in impegno civile.

In questa lunga conversazione, Silvia Mari racconta il suo cammino: dalla passione per la scrittura nata tra i banchi di scuola, alle battaglie giornalistiche che l’hanno portata a confrontarsi con istituzioni, tribunali e opinione pubblica.

Ne emerge il ritratto di una professionista lucida, empatica e profondamente consapevole del ruolo del giornalismo in una democrazia.

Silvia Mari De Santis in Libano

Silvia, cosa ti ha spinto fin da giovane verso il giornalismo e l’inchiesta?

Posso dire di essere stata, anche quando ero al liceo, sempre molto attratta dalla parola. Non solo dallo studio delle materie letterarie e filosofiche, o dalla cultura classica in modo particolare, ma proprio dalla parola e dall’espressione attraverso la scrittura.

Se devo essere onesta, non avevo chiarissimo che sarei diventata giornalista. Quello che sognavo era fare qualcosa che mi tenesse legata alla scrittura.

Ancora oggi, lavorando in un’agenzia di stampa, qualcuno mi chiede se ho mai pensato alla televisione. In realtà io considero un privilegio poter avere a che fare con la scrittura. Anche oggi, in un tempo di tecnologia molto spinta, io continuo a scrivere: l’agenzia è fatta di lanci, di notizie che prendono forma attraverso la parola. Direi quindi che alla base di tutto c’è stata un’attrazione naturale per la scrittura e per la parola.

Quali ricordi dell’infanzia o dell’adolescenza consideri formativi per la tua vocazione?

La mia infanzia e la mia adolescenza sono state segnate da un filo rosso molto forte: la malattia e la perdita di mia madre in un’età assolutamente precoce. È stato un tempo buio, un trauma molto grande che ha plasmato la mia vita e che ancora oggi la segna. Però mi ha anche obbligata a sognare per sopravvivere al dolore.

Ancora oggi sono una persona che ha bisogno di sognare a occhi aperti. È quasi uno stratagemma di sopravvivenza, ma anche una forma di resistenza.

Quando parlo di resistenza non intendo solo dire che si resiste perché il dolore ha un significato. Per me la resistenza è stata anche una ribellione all’ingiustizia di essere stata privata di un amore così importante. Resistere ha significato imparare a ribellarmi all’ingiustizia.

Hai cercato una risposta a questa ingiustizia?

Sì, si cercano sempre delle risposte. E posso dire con certezza quello che non ho mai accettato come interpretazione: l’idea che dolori così grandi vengano dati a persone che sono in grado di sopportarli. Le persone si rompono anche, anche se rimangono in piedi.

Se un senso posso averlo trovato, è nella volontà di fare battaglie anche per gli altri. Non per solidarietà o per essere “buoni”, ma per un profondo senso di giustizia che sento radicato dentro di me. Forse questo mi rende un po’ romantica o idealista, ma è un prezzo che sono disposta a pagare.

Hai studiato filosofia, latino e greco. Quanto ha influenzato questo la tua visione del giornalismo?

Molto. Se c’è una cosa che queste materie insegnano è la fiducia nell’individuo: nelle sue virtù, nel coraggio e nella ricerca della verità. Noi giornalisti, più umilmente, dobbiamo parlare di veridicità. Ma questa tensione verso la verità mi è rimasta dentro.

Nel tempo sono cambiata professionalmente, come è naturale che sia. Non sono identica a vent’anni fa. Però la cultura classica mi ha lasciato questo anelito a cercare la verità e a credere nell’individuo.

Quanto è stata importante la gavetta?

Moltissimo. Ho fatto l’esame di Stato quasi a 38 anni, con una bambina di tre mesi. È stata una prova durissima, fisicamente e psicologicamente. La gavetta è stata lunga: ho venduto notizie, ho costruito relazioni professionali, perché non avevo santi in paradiso. Dovevo entrare nel mondo del giornalismo dalla finestra. È stata una strada lunga e difficile, e per un periodo ho anche temuto di non farcela. Poi qualcuno ha creduto in me e questo ha fatto la differenza.

Come sei arrivata a diventare vice caporedattrice dell’Agenzia Dire?

Ho iniziato il mio praticantato in redazione alla Dire. Successivamente sono diventata pubblicista per conto mio con un’altra testata, perché in quel momento alla Dire questa possibilità non c’era. Mi occupavo dei rapporti istituzionali, ma volevo scrivere, quindi ho iniziato la pratica come pubblicista e sono stata assunta da Altre Notizie.

Poi è iniziata la mia gavetta alla Dire, partendo come segretaria di redazione, un ruolo oggi un po’ in via di estinzione e talvolta considerato di serie B, ma per me fondamentale. La segreteria di redazione è il “semaforo” della redazione: da lì ho potuto capire come si muove una notizia, imparare tantissimo osservando e allenandomi a scrivere. Dopo l’esame da giornalista articolo 1, ho maturato la mia anzianità e, dopo diversi anni, sono diventata vice caposervizio per un nuovo notiziario dedicato alle donne.

All’epoca ne ero molto onorata e avevo idee chiare su come trasformarlo in un prodotto serio, senza ridurlo al “ghetto delle donne” con marcia rosa, fiocchi rosa o cucina in rosa. Poi, a causa delle traversie vissute dall’Agenzia Dire, quel progetto non poteva proseguire così com’era.

Parallelamente, ho coltivato un’altra anima professionale, quella di giornalista embedded, seguendo il mondo della difesa e delle forze armate. Ma mi sono anche concentrata su un tema cruciale: la violenza domestica, la vittimizzazione secondaria nei tribunali e la situazione dei minori coinvolti. Da qui è nata l’idea dell’inchiesta Le Mamme Coraggio, durata diversi anni e ancora attiva in forme diverse, e insieme ad altri colleghi ho scritto il libro Senza Madre, sempre pubblicato dal gruppo Dire.

Silvia Mari De Santis: Attestato di fine corso embedded

In seguito, la Dire ha subito una riorganizzazione e sono stata nominata vice caporedattrice centrale per il coordinamento dell’agenda di redazione, un incarico di grande responsabilità. Ora, per dovere di cronaca, preciso che questo ruolo non è più nelle mie mani, ma direttamente del Direttore e del Caporedattore centrale; il mio compito sarà messo al servizio dei nuovi incarichi che l’agenzia vorrà affidarmi.

Qual è stato il primo caso che ti ha fatto capire l’importanza dell’inchiesta “Mamme Coraggio”?

Ho iniziato a scrivere di alienazione parentale. Mi sono iniziata a interessare a questo fenomeno, di cui conoscevo molto poco. I miei primi lanci erano proprio studi su questo fenomeno che veniva utilizzato spessissimo dalle CTU nei tribunali per occultare la violenza.

Questo è un po’ quello che l’inchiesta ha voluto dimostrare. Per questo è un’inchiesta, non è cronaca giudiziaria: ci tengo molto, ed è doveroso, distinguere i due ambiti.

Poi ho iniziato a seguire, proprio sui social, il caso di “Laura Massaro”, che poi è diventata una delle icone di questa inchiesta e di questa battaglia contro la PAS. Ma prima di scrivere del suo caso ho iniziato a vedere i video, a studiarli, l’ho incontrata, le ho parlato, poi ho incontrato il suo avvocato. È stato uno studio molto approfondito.

Silvia Mari De Santis: conferenza alla Camera dei Deputati sul caso ” Laura Massaro”

Dopo la sua storia ne sono seguite tante altre che ricalcavano lo stesso modus operandi delle istituzioni. Addirittura siamo andati a ritroso nel tempo. Una storia che era già diventata famosa dieci anni prima, quella di Ginevra Merighi, riletta con la lente dell’alienazione parentale e di quello che succedeva nei tribunali, è stata ripresa e raccontata.

Poi c’è la storia notissima del piccolo Federico Barakat, ucciso dal padre durante un incontro protetto. Anche quella era una vicenda già accaduta e nota all’epoca, ma che andava raccontata nuovamente con la lente dell’alienazione parentale, cioè con il teorema che noi abbiamo voluto denunciare.

Ci tengo a dire che il lavoro della Agenzia Dire è stato preso in considerazione dalla Commissione d’inchiesta sul femminicidio della legislatura di allora, guidata da Valeria Valente. Questo perché portavamo elementi di prova e testimonianze.

La Commissione elaborò poi una relazione che confermava che quello che avevamo denunciato esisteva davvero. Tanto che presero le carte e relazionarono su 36 casi esemplari, ma i casi erano molti di più, e lo sono ancora oggi.

In Italia molti ancora non comprendono bene o ignorano il fenomeno dell’uso distorto dell’alienazione parentale. Quali sono i rischi quando teorie non scientifiche entrano nei processi civili e penali?

I rischi sono molto alti. Oggi non si parla più esplicitamente di alienazione parentale: anche le CTU usano altri linguaggi, perifrasi, locuzioni diverse. Spesso si parla di “madri ostative”, “madri malevole”, “madri non collaborative”. È un modo diverso per dire la stessa cosa.

Si dice: “Signora, non pensi alla violenza, pensi al bene del bambino”, stabilendo implicitamente che anche un uomo violento possa essere un buon padre. La violenza non è solo fisica, ma anche psicologica. Il dramma è che nei processi civili i giudici spesso decidono sulla base di relazioni dei servizi sociali e perizie psicologiche, e non dei fatti reali. È una deriva pericolosissima.

In ambito penale, prima di dichiarare colpevole una persona, il procedimento è lungo e richiede verifiche precise. In ambito civile, invece, una donna che denuncia violenza ha poca protezione: spesso i giudici si basano sulle perizie degli psicologi e trattano i due genitori allo stesso modo. Questo espone madre e bambino a un rischio altissimo. L’affido condiviso, in presenza di fumus di violenza, può diventare una minaccia per la loro incolumità.

C’è anche un accanimento culturale: spesso il genitore che più rivendica il potere sul figlio è proprio quello più accudente. Anche padri molto attenti e premurosi, senza turbe psichiche, sono stati considerati problematici. Il vocabolario resta sempre lo stesso.

Ci puoi descrivere l’impatto concreto, emotivo e pratico che hai visto nelle famiglie e nelle madri incontrate grazie all’inchiesta?

Ho conosciuto tantissime persone, visto case e bambini, sia a distanza sia di persona. Ho visto famiglie — e posso dirlo senza esagerare — massacrate. Famiglie “normali”, con cultura, tenore di vita medio o medio-borghese, con ritmi regolari e nonni presenti. Sono state catapultate in un mondo terribile, senza capire cosa avessero fatto, vivendo disorientamento e disperazione.

Il tema economico è drammatico: molte madri hanno venduto casa o speso centinaia di migliaia di euro per difendere i figli, sottraendo patrimonio agli stessi bambini. Ho visto bambini sviluppare disturbi psichici e fisici — dermatiti, malattie autoimmuni, isterie — e madri ammalarsi. I segni del dolore sono tangibili.

Nel 2025 hai ritirato il premio Renata Fonte per il tuo impegno a raccontare la violenza istituzionale. Cosa ha significato per te questo riconoscimento?

È arrivato in un momento difficile: ero alle prese con un procedimento per diffamazione, condannata in primo grado e ricorsa in appello. Mi aveva amareggiato lo sciacallaggio sui social, la lapidazione virtuale, più che la causa in sé. Anche l’esposto di un’associazione all’Ordine pesava, ma il procedimento è stato archiviato e vinto.

Il premio è arrivato come un raggio di luce in un periodo complicato, quasi un regalo di compleanno a me stessa.

Silvia Mari De Santis in Iraq

Dalla presentazione in Parlamento al sostegno di associazioni e commissioni, qual è stato il momento che ti ha confermato che ciò che portavi alla luce era realmente importante?

Il lavoro con la Commissione d’inchiesta sul femminicidio e l’attestazione di stima ricevuta da figure istituzionali sono stati segnali concreti. Ricevere telefonate di riconoscimento e vedere interrogazioni parlamentari nate dalle nostre inchieste mi ha fatto capire che stavamo facendo cose concrete.

Scrivere di questi casi è emotivamente difficile: occorre studiare carte, fare domande scomode a persone già distrutte, occuparsi dei bambini. Vedere l’impatto concreto sulle famiglie e sul sistema è stata la prova più forte.

Sei stata inclusa dal Sole 24 Ore tra le 10 donne del 2025 come modello di eccezionale normalità. Qual è stata la tua reazione?

Non me l’aspettavo. Sapevo della candidatura ma non ci speravo: spesso non si premiano i giornalisti. Quando ho saputo, è stata una sorpresa meravigliosa, un’altra cosa che mi dà forza nei momenti complicati.

Cosa significa per te essere un modello in un contesto dove si celebra spesso solo ciò che è spettacolare o eccezionale?

Per me essere un modello significa mantenere autonomia e integrità. Anche se ho idee precise, cerco di fare un lavoro giornalistico il più possibile puro e oggettivo. Essere un modello vuol dire essere autentici quando qualcuno mi incontra e mi affida la propria storia.

Parlavamo prima del momento buio con la controversia giudiziaria. Che messaggio pensi che questa esperienza mandi al mondo del giornalismo oggi?

Ci ricorda che la legislazione è restrittiva e le querele temerarie mettono in difficoltà i giornalisti. Questo è particolarmente grave nei casi di violenza domestica: l’uso della querela può scoraggiare le donne a denunciare, aumentando la vittimizzazione secondaria. Bisogna riflettere sul futuro della libertà di informazione.

Quanto tutto ciò pone a rischio la libertà di informazione, soprattutto nei lavori di inchiesta?

Tantissimo. Un’inchiesta richiede tempo, studio e protezione editoriale. Con il precariato diffuso, molti giovani giornalisti non avranno mai la possibilità di fare inchieste approfondite. L’inchiesta non è solo un pezzo, è un lavoro lungo che richiede copertura e investimento.

Come rispondi ai critici che sostengono che certe indagini dovrebbero non fare rumore per non mettere in difficoltà le istituzioni e i tribunali?

Un giornalista deve osservare e raccontare senza ostacolare la giustizia. La nostra inchiesta non ha bloccato i processi, ma ha mostrato cortocircuiti nel sistema: stereotipi, misoginia, abuso di strumenti come perizie psicologiche gestite senza regole, conflitti di interesse, servizi sociali che a volte non incontrano nemmeno le famiglie.

È stato scritto anche dalla Cassazione, era il caso di una mamma di Venezia. Si disse che questo ripristinava il principio della teitertip, cioè una dottrina nazista: io ti condanno non per ciò che hai fatto, ma per ciò che sei. E se tu sei una madre ansiosa, quale reato avresti commesso?”: non si può condannare una madre per ciò che è, ma solo per ciò che fa. Bollare un genitore come “disfunzionale” senza basi reali è un abuso e un rischio enorme.

Ma l’inchiesta ha davvero cambiato qualcosa? Quanto è cresciuta la consapevolezza dell’opinione pubblica e delle istituzioni sui temi della vittimizzazione secondaria e dell’alienazione parentale?


E cosa rivelano alcuni casi recenti che hanno fatto discutere l’opinione pubblica? Sono episodi isolati o il segnale di un problema ancora irrisolto nel sistema giudiziario e sociale?


Il lavoro di Silvia Mari non si è fermato all’inchiesta: negli anni si è esteso anche alla difesa delle minoranze religiose e al dibattito su nuove proposte di legge molto controverse. Quali rischi e quali scenari si stanno aprendo oggi su questi fronti? Non perdere la seconda parte dell’intervista che verrà pubblicata venerdì 13 marzo