Una bambolina di pezza custodita per oltre settant’anni, un sogno nato davanti alle immagini delle Olimpiadi degli anni Trenta e una vita intera trascorsa a cercare il proprio “tuffo”. È da questo piccolo oggetto, diventato simbolo di una grande storia, che nasce La ragazza che voleva tuffarsi, il film in lavorazione del regista Giorgio Ferrero dedicato a Susanna Egri.
Non un semplice biopic, ma il ritratto di un’artista che ha attraversato il Novecento trasformando ogni ostacolo in energia creativa. Una donna che dalla danza ha costruito un linguaggio universale e che, ancora oggi, continua a progettare il futuro.
In questa intervista Giorgio Ferrero racconta la genesi del film, il rapporto umano e artistico nato con Susanna Egri, il significato del mare come metafora di libertà e il viaggio cinematografico dentro una mente che sembra non avere età.
Chi è oggi quella ragazza che voleva tuffarsi?
Giorgio Ferrero:
«La prima volta che ho incontrato Susanna Egri, ormai quasi tre anni fa, aveva con sé una bambolina di pezza che custodiva da oltre settant’anni.
Attraverso quella bambolina mi raccontò che, quando era bambina, il suo grande desiderio era diventare una tuffatrice.
Aveva visto le fotografie delle Olimpiadi degli anni Trenta, aveva visto quei corpi sospesi nell’aria e aveva immaginato per sé quel futuro: a sei o sette anni si vedeva come un’atleta.
Poi la storia prese un’altra direzione.
A causa delle leggi razziali fu costretta a trasferirsi a Budapest come esule e quel sogno sembrò impossibile da realizzare. Come dice spesso lei stessa, in quel momento c’erano cose più importanti: sopravvivere, difendere la propria dignità, costruire una nuova vita.
Ed è proprio lì che iniziò a danzare.
La danza fu il tuffo più vicino che potesse fare in quel momento.»
Quella bambolina sembra essere il cuore simbolico del film…
Giorgio Ferrero:
«Sì, perché dentro quella bambolina c’è tutta la storia di Susanna.
Durante gli anni trascorsi a Budapest, suo padre le mandava lettere dall’Italia: da Venezia, da Torino, dalla Toscana. Le scriveva per incoraggiarla, per dirle di resistere e di continuare a inseguire i suoi sogni.
Le diceva che, anche se non fosse diventata una tuffatrice, avrebbe potuto diventare qualsiasi cosa desiderasse: una poeta, una filosofa, una persona capace di pensare.
Suo padre era Ernő Egri, l’allenatore del Grande Torino, morto nella tragedia di Superga.
Dopo il disastro aereo, tra le macerie, Susanna ritrovò una valigia che aveva prestato al padre per un viaggio in Portogallo. Dentro quella valigia c’era la bambolina che lui avrebbe voluto regalarle in cambio di quel piccolo gesto.
Da quel momento non l’ha mai abbandonata.
Non ha mai abbandonato il padre, il suo ricordo e soprattutto non ha mai abbandonato i suoi sogni.»
Che cosa racconta davvero “La ragazza che voleva tuffarsi”?
Giorgio Ferrero:
«Racconta la storia di una donna di cento anni che ha attraversato il mondo, diventando una delle più importanti coreografe e danzatrici italiane, senza perdere mai il desiderio di superarsi.
Il titolo rappresenta proprio questo: la capacità di continuare a tuffarsi nella vita.
Il film parla di sogni che non hanno età. Racconta come la vita continui a sorprenderci e a presentarci nuove sfide anche quando pensiamo di aver già vissuto tutto.
Quando abbiamo iniziato questo progetto, Susanna aveva 98 anni. Oggi ne ha 100 e continua ogni giorno a chiedersi cosa farà da grande.
Questo per me è il cuore del film.
Non volevamo raccontare soltanto una biografia, ma restituire una visione: quella di una persona che guarda sempre verso qualcosa che deve ancora arrivare.»
Il passato nel film non è nostalgia, ma energia per il futuro?
Giorgio Ferrero:
«Esattamente.
Il passato non è mai una semplice memoria, una raccolta di ricordi o una cronaca di eventi già conclusi.
È il motore per immaginare ciò che verrà.
La conoscenza di quello che siamo stati serve a portarci un passo più avanti.
Questo è un film di proiezione verso il futuro: Susanna continua a immaginare un mondo possibile, contemporaneo e futuro, e cerca di condividere questa visione con il pubblico.
Non lo fa soltanto attraverso le parole, ma attraverso il corpo, il movimento e la creazione artistica.»
Nel film convivono due Susanna: quella di oggi e quella del passato. Come nasce questo dialogo?
Giorgio Ferrero:
«Il film ha due protagoniste.
C’è Susanna Egri oggi, a 98, 99, 100 anni, e c’è una Susanna giovane interpretata da Elisa Bertoli, una danzatrice della compagnia Greco Bianco Danza, che è anche allieva di Susanna.
La somiglianza tra loro è impressionante, ma soprattutto Elisa porta dentro di sé il patrimonio coreutico di Susanna: il suo modo di intendere il movimento, la sua energia, il suo linguaggio.
Quello che mi interessava raccontare era il dialogo tra queste due dimensioni.
La Susanna di oggi guarda la Susanna di ieri e attraverso quel confronto ritrova continuamente le proprie creazioni, i propri gesti, il proprio codice artistico.
È un dialogo poetico tra una donna e se stessa.
Una parte del film nasce proprio da questa idea: il tempo non come qualcosa che separa, ma come qualcosa che continua a trasformarsi.»
Nel film il mare è un elemento molto presente. È un luogo reale o una metafora?
Giorgio Ferrero:
«Il mare è arrivato nel film in modo naturale.
Quando Susanna mi ha raccontato il suo sogno di diventare tuffatrice, mi ha detto una cosa che mi ha colpito moltissimo: il luogo in cui si sente più in equilibrio con il mondo è il mare.
Secondo lei il mare è coraggioso e creativo quanto le donne.
Da quella frase abbiamo capito che il mare doveva entrare nel film.
Non volevamo utilizzarlo soltanto come sfondo, ma come presenza viva, come interlocutore.
Abbiamo immaginato una nuova coreografia, creata da Susanna a cento anni, che non sarebbe mai potuta esistere in un teatro tradizionale perché ha bisogno dell’acqua, del cielo, di condizioni naturali impossibili da ricreare su un palcoscenico.»
Come nasce questa nuova creazione ambientata nel mare?
Giorgio Ferrero:
«Abbiamo immaginato un gruppo di ragazzi sospesi tra passato e futuro.
Sono persone che entrano nel mare, si lasciano attraversare dalla sua energia e cercano un equilibrio con l’ambiente.
Non si tratta semplicemente di danzare nell’acqua.
L’idea è quella di raccontare un rapporto diverso tra l’essere umano e il mondo che lo circonda: non un uomo che domina la natura, ma una persona capace di ascoltarla e trovare armonia con essa.
Per Susanna, oggi dobbiamo ripartire proprio dal mare e dal cielo che lo sovrasta.
Sono elementi apparentemente semplici, ma rappresentano il punto di partenza per riflettere sul nostro rapporto con il pianeta e sul futuro che vogliamo costruire.»
Che rapporto esiste tra il movimento delle onde e quello del corpo danzante di Susanna Egri?
Giorgio Ferrero:
«Susanna ha sempre lavorato sull’energia.
Io non sono un coreografo, ma negli anni ho avuto modo di frequentare molti artisti della danza e credo che una delle caratteristiche più importanti del suo lavoro sia proprio questa: la ricerca dell’energia invisibile che attraversa i corpi.
Ha sempre lavorato sulla proiezione del movimento, sulla gravità, sulle forze che circondano il danzatore.
Nel film abbiamo cercato di fare la stessa cosa.
Non volevamo imporre i movimenti al mare, ma trovare movimenti che nascessero dalle condizioni esterne: dalle onde, dal vento, dall’acqua.
I danzatori hanno lavorato su alcune strutture coreografiche e poi si sono lasciati guidare da ciò che accadeva intorno a loro.
Il risultato è un’immagine in cui l’essere umano non è più al centro del mondo, ma diventa parte di un equilibrio più grande.
Credo che questo sia molto vicino alla filosofia di Susanna: cercare la luce nelle energie che ci circondano.»
Questa idea della luce sembra legarsi anche alla storia personale di Susanna…
Giorgio Ferrero:
«Assolutamente.
Una delle cose che mi ha colpito di più di lei è proprio questa capacità di trovare sempre una possibilità anche nei momenti difficili.
Suo padre le ha lasciato un insegnamento fondamentale: trovare la luce anche dove sembra esserci oscurità.
Ed è una chiave per comprendere tutta la sua vita.
La luce può essere una grande idea, una persona, un incontro, ma anche qualcosa di semplice: le onde del mare, un raggio che entra nello studio a una certa ora, un movimento.
Susanna ha sempre cercato una forma di armonia con ciò che aveva intorno.
È questo che mi ha spinto a intraprendere questo viaggio insieme a lei.»
Filmare una coreografia mentre nasce significa mostrare anche dubbi e ripensamenti. Quanto spazio hai lasciato al processo creativo
Giorgio Ferrero:
«Più che parlare di incompiutezza, parlerei della naturale evoluzione del processo creativo.
La danza, come il cinema, è un’arte collettiva.
Non esiste soltanto una persona che decide tutto e gli altri eseguono. Esiste un dialogo continuo tra il coreografo, i danzatori, il regista e lo spazio in cui si lavora.
Ci sono momenti di ricerca, di cambiamento, di confronto.
La cosa straordinaria di Susanna è che ascolta.
Ascolta davvero.
In un’epoca in cui spesso si perde questa capacità, vedere una persona di cento anni ancora pronta a guardare fuori dalla finestra e chiedersi cosa arriverà domani è qualcosa di molto potente.
Quando le ho chiesto quale fosse la cosa più bella dei suoi cento anni, mi ha risposto:
“Guardare fuori dalla finestra quello che avverrà domani”.
Questa frase per me racconta tutto.»
La danza è un linguaggio senza parole. Ci sono aspetti della vita di Susanna che hai scelto di raccontare attraverso il movimento invece che attraverso la narrazione?»
Giorgio Ferrero:
«Sì, moltissimi.
Io sono un autore che non ama essere troppo didascalico nei racconti.
Con Susanna abbiamo fatto tantissime conversazioni, moltissime interviste, ma il mio interesse non era semplicemente riportare le sue parole al pubblico.
Quelle storie servivano a trovare una chiave narrativa.
Molte cose nel film arrivano invece dai silenzi, dai gesti, dai movimenti che lei compie, dal rapporto con la sua immagine giovane.
Una parte fondamentale del racconto nasce anche dalle lettere che suo padre le scriveva: non soltanto come memoria del passato, ma come qualcosa che lei porta dentro di sé e che diventa energia per il futuro.
È un film in cui spesso il silenzio racconta più delle parole.»
La danza è spesso considerata un’arte legata alla giovinezza. In che modo Susanna Egri mette in discussione questa idea?
Giorgio Ferrero:
«Fisicamente Susanna ha cento anni, e questo è un dato oggettivo.
Non può più danzare come avrebbe fatto in passato, anche se assistere a una prova con lei significa vederla comunque muoversi, indicare, immaginare, partecipare.
Ma la cosa più importante è che la sua mente non ha età.
Quando lavoravamo alla nuova coreografia, era davanti a una tela bianca come un’artista davanti alla propria opera: dentro di lei tutto era già pieno di colori.
Per un regista lavorare con una persona così visionaria è un’esperienza straordinaria.
Molte decisioni artistiche del film sono nate in pochi secondi, perché abbiamo una capacità simile di immaginare qualcosa e desiderare immediatamente di realizzarlo.
Io penso alla mente di Susanna come a qualcosa di trasversale.
È la stessa persona che a sette anni voleva tuffarsi alle Olimpiadi, che a trent’anni calcava i palcoscenici europei, che a cinquanta insegnava danza in tutto il mondo e che ancora oggi continua a creare.
È come se dentro di lei esistesse un tempo diverso, un tempo senza età.»
«Nei tuoi lavori il suono è spesso una materia narrativa. Che suono ha il desiderio di tuffarsi?»
Giorgio Ferrero:
«Ha un suono naturale.
È il suono di un mondo che ci avvolge, quasi come un ambiente protettivo, un luogo in cui possiamo trovare equilibrio e trasformarci.
Stiamo lavorando su una dimensione sonora che nasce dall’acqua, dall’ambiente, dal mondo naturale e che poi diventa qualcosa di più immaginifico.
Non volevamo creare un suono artificiale o aggressivo, ma una sorta di spazio in cui immergersi.
Poi c’è un elemento fondamentale: il ritmo.
Susanna ha sempre amato profondamente il ritmo e anch’io lo considero una componente essenziale del racconto.
Il ritmo nasce dai silenzi, dai respiri, dai movimenti, dalle cose che accadono intorno a noi.
Nel mio lavoro ho sempre cercato il ritmo interno dei luoghi e delle storie.
In questo film sto cercando il ritmo del respiro di Susanna, della sua storia e dei mondi che attraversiamo insieme.»
Come costruisci il dialogo tra il rumore del mare, la musica e il corpo dei danzatori?
Giorgio Ferrero:
«Cercando un equilibrio tra l’essere umano e il suo ambiente.
Partiamo dai rumori concreti dell’acqua, dai suoni sommersi, dai respiri, dalle voci, dalle bolle create dai corpi che entrano in relazione con il mare.
Mi interessa l’idea di un dialogo con il mondo circostante.
Come se esistesse un linguaggio universale che non abbiamo ancora imparato completamente ad ascoltare.
Il film cerca proprio questo: immaginare una comunicazione tra le persone, il mare e tutto ciò che ci circonda.»
Alla fine di questo percorso, la donna che costruisce una nuova coreografia e la ragazza che voleva tuffarsi sono due persone diverse o la stessa persona?
Giorgio Ferrero:
«Sono sicuramente la stessa persona.
Susanna è sempre alla ricerca del suo mare: quello di ieri, quello di oggi e quello di domani.
Siamo stati al mare insieme e lei potrebbe rimanere per ore a guardare l’orizzonte, immaginando mondi che esistono nella sua mente.
Ha una capacità straordinaria di contenere prospettive diverse.
È una persona profondamente curiosa, anche attraverso il linguaggio: parla molte lingue e, come spesso accade alle persone poliglotte, possiede una grande capacità di cambiare punto di vista.
Questa è una delle sue caratteristiche più affascinanti.
Susanna non smette mai di guardare il mondo da nuove prospettive.»
Nel 2026 Torino celebra i cento anni di Susanna Egri. Ci sarà un’anteprima del film?
Giorgio Ferrero:
«Sì.
Questo è un anno molto speciale perché ricorre il centenario di Susanna Egri e la città di Torino, insieme al Teatro Stabile e alla compagnia, ha deciso di dedicarle una serie di eventi.
Il momento più importante sarà il 16 luglio al Teatro Carignano, dove verranno riproposte alcune delle sue coreografie storiche, tra cui Istantanee, probabilmente una delle opere che l’ha fatta conoscere maggiormente anche all’estero.
Abbiamo deciso di presentare in quell’occasione una prima restituzione del lavoro che stiamo realizzando per il film.
Sarà un piccolo assaggio della parte visiva, musicale e coreografica.
La cosa più bella è che non celebreremo soltanto ciò che Susanna ha fatto, ma ciò che sta ancora creando e immaginando.
È il modo più giusto per festeggiare una persona che continua a guardare avanti.»
Quando vedremo il film?
Giorgio Ferrero:
«Come tutti i film in lavorazione, anche questo progetto segue un percorso produttivo preciso.
L’obiettivo è arrivare alla prima copia completa nell’estate del prossimo anno e poi iniziare un percorso di distribuzione dall’autunno 2027.
Mi piacerebbe che il film potesse vivere nei festival, nelle sale cinematografiche e successivamente anche in televisione.
Susanna ha avuto un rapporto molto importante con la televisione italiana e internazionale, quindi sarebbe bello che il film potesse raggiungere anche quel pubblico.»
Il film potrebbe arrivare alla Mostra del Cinema di Venezia?
Giorgio Ferrero:
«Sono molto legato alla Biennale di Venezia.
Ho avuto la fortuna di realizzare il mio primo film attraverso il programma Venice Biennale College Cinema, quindi per me esiste un rapporto speciale con quel luogo.
Naturalmente il film sarà sottoposto ai selezionatori della Mostra del Cinema di Venezia, se i tempi tecnici lo permetteranno.
Sarei felice di presentarlo lì, ma anche in qualsiasi altro festival che possa accoglierlo.
La cosa più importante è che questa storia possa arrivare al maggior numero possibile di persone.
Non tanto per il film in sé, ma perché la storia di Susanna Egri merita di essere conosciuta.
È una storia di talento, resistenza, immaginazione e futuro.
Una storia che continua ancora oggi a fare il suo tuffo.»
La ragazza che voleva tuffarsi
Di seguito l’audio intervista: