La memoria ha il suono dei primi passi. Per Susanna Egri, protagonista assoluta della danza italiana, tutto comincia dal ricordo della madre: la prima maestra, la prima guida, la donna che le ha insegnato a camminare e, nello stesso tempo, a muoversi seguendo il ritmo della danza. Da quel momento prende forma un percorso straordinario che attraversa l’Europa del Novecento, tra Lucca, Budapest e il sogno di riportare in Italia una cultura della danza che allora sembrava quasi inesistente.
In questa prima parte dell’intervista, Susanna Egri ripercorre gli anni dell’infanzia, racconta il fascino esercitato dai musical di Hollywood e ricorda l’incontro con i maestri che avrebbero cambiato per sempre il suo destino artistico. Un viaggio nella memoria che è anche uno spaccato di storia culturale del nostro Paese.
«Se chiude gli occhi e torna bambina, qual è la prima immagine che le viene incontro?»
Susanna Egri: «Se chiudo gli occhi e mi rivedo bambina, vedo subito mia madre. È la prima immagine che mi viene incontro.
Per me è stata una figura fondamentale perché era già maestra di danza prima ancora di sposarsi. Quando mi chiedono quando ho iniziato a studiare danza, rispondo sempre che ho cominciato quando ho messo i piedi per terra. Appena mi ha insegnato a stare in piedi e a camminare, mi ha trasmesso anche i primi rudimenti della danza.
Per questo motivo non ho mai vissuto la danza come qualcosa da andare a studiare fuori casa. Era già presente nella mia vita quotidiana. Certo, in una dimensione familiare e amatoriale, ma faceva parte della normalità. Non era una disciplina separata dalla vita: era la vita stessa.»
Quando è arrivato il primo vero incontro con la danza?
Susanna Egri: «La maggior parte della mia infanzia l’ho trascorsa a Lucca e, come accadeva un po’ ovunque in Italia, la danza praticamente non esisteva. Non parlo soltanto degli ultimi decenni: allora era davvero un deserto. Non c’erano scuole di danza, non c’erano teatri che programmassero spettacoli di balletto e mancava completamente una cultura della danza.
L’Italia viveva di teatro, di varietà e soprattutto di opera lirica. La danza era quasi assente.
Il mio primo vero incontro con questo mondo è arrivato grazie al cinema e ai grandi film di Hollywood. Erano produzioni spettacolari, ricche di musica e di coreografie straordinarie.
Poi ho scoperto Fred Astaire. Lui è stato il mio primo grande idolo. Rimanevo incantata davanti ai suoi numeri. C’era anche Ginger Rogers, naturalmente, ma devo confessare che guardavo soprattutto lui. Mi colpivano la sua eleganza, la leggerezza e quella capacità incredibile di trasformare ogni passo in qualcosa di naturale.»
Sembrava quasi volare quando ballava…
Susanna Egri: «Sì, aveva una classe straordinaria. Mi interessava meno quando cantava, ma appena iniziava a danzare era una meraviglia. Quel ticchettio del tip tap, il ritmo, la precisione… era qualcosa che mi incantava.
Eppure tutto questo lo vedevo soltanto sullo schermo. Dal vivo non avevo mai assistito a uno spettacolo di danza, semplicemente perché non ce n’erano.»
Quando ha capito che il corpo sarebbe diventato il suo linguaggio?
Susanna Egri: «L’ho capito più tardi, quando abbiamo lasciato l’Italia.
Avevo tredici anni. Li ho compiuti in treno, durante il viaggio che avrebbe dovuto portarci a Rotterdam, dove mio padre aveva ottenuto un contratto come allenatore. Le cose, però, andarono diversamente e, dopo una serie di vicende che preferisco sorvolare, finimmo in Ungheria.
Per me fu un momento doloroso. Avevo lasciato il Paese dove ero cresciuta, gli amici, la scuola. Mi sentivo straniera in quella che, paradossalmente, era la mia terra d’origine.
Ma proprio lì è accaduta la cosa più importante della mia vita: ho incontrato finalmente la danza professionale.
L’Ungheria è sempre stata un Paese in cui la danza godeva di enorme prestigio. C’era una tradizione fortissima, dal balletto classico alle danze popolari, fino alla danza teatrale. Quando capii che non avrei potuto proseguire gli studi classici come avevo immaginato, decisi che, se dovevo dedicarmi alla danza, lo avrei fatto nel posto migliore possibile.
Così chiesi di entrare nella scuola del Teatro dell’Opera di Budapest.
Normalmente gli allievi iniziavano a dieci anni e io ne avevo già tredici. Mi fecero sostenere una lezione di prova e il maestro decise di ammettermi, imponendomi però di partire dal primo corso.
Accettai senza esitazioni.
Dopo appena due mesi ero già stata inserita nel terzo corso e, nel giro di poco tempo, avevo raggiunto il livello dei ragazzi della mia età.»
Dopo l’arrivo a Budapest, la danza smette di essere un sogno osservato da lontano e diventa una disciplina rigorosa. Sono gli anni dello studio, dei grandi maestri e della scoperta di linguaggi destinati a cambiare per sempre la sua visione del movimento. È qui che Susanna Egri comprende che la tecnica non basta: dietro ogni passo esistono una storia, una cultura e un pensiero.
Possiamo dire che quel maestro le ha cambiato la visione del movimento?
Susanna Egri: «Sì, senza dubbio.
È stato lui a farmi capire che cosa fosse davvero il balletto classico: un’arte con una storia di oltre trecento anni e con regole molto precise. Ma mi ha insegnato anche una cosa fondamentale: prima bisogna imparare le regole, poi bisogna andare oltre, mettendoci dentro il cervello e l’anima.
Ho capito che la danza è l’unica arte il cui strumento è il corpo umano. Da bambina non ci pensavo, naturalmente. L’ho compreso poco alla volta, grazie a uno studio intenso e orientato all’eccellenza.
Da quel momento è nato tutto il resto.»
Chi è stato il maestro che ha segnato maggiormente la sua formazione?
Susanna Egri: «Il direttore della scuola del Teatro dell’Opera di Budapest era Nadosi. È un nome che merita di essere ricordato perché, a sua volta, era stato allievo della stessa scuola quando era diretta da un grandissimo maestro italiano, Nicola Guerra.
Per dodici anni Nicola Guerra aveva portato in Ungheria la migliore tradizione della danza italiana dell’Ottocento. Il balletto classico nasce tra Italia e Francia, e lui rappresentava quell’eredità ai massimi livelli.
Posso dire che io, paradossalmente, ho conosciuto la grande scuola italiana della danza proprio a Budapest. In quel periodo, in Italia, non avrei trovato nessuno con una preparazione pari a quella di Nicola Guerra e dei suoi allievi.»
Oltre al balletto classico, cosa studiavate?
Susanna Egri: «Il percorso era molto completo. Naturalmente c’erano il balletto classico, il lavoro sulle punte e tutta la tecnica accademica, ma si studiavano anche le danze di carattere, che erano considerate fondamentali.
La moglie del mio maestro era una danzatrice spagnola. Suonava magnificamente le nacchere e fu lei a insegnarmi a usarle. Tutto ciò che riguardava il ritmo mi affascinava profondamente e imparavo con entusiasmo ogni nuova forma di espressione.»
Quando ha scoperto la danza contemporanea?
Susanna Egri: «Dopo qualche anno accadde un altro incontro decisivo.
A Budapest scoprii il lavoro di Rudolf Laban, il più grande innovatore della danza del Novecento. Esisteva una scuola diretta da una maestra che aveva studiato con lui e che continuava a sviluppare quel linguaggio completamente diverso dal balletto classico.
All’epoca non si parlava ancora di danza contemporanea come oggi. Si chiamava “arte del movimento”.
Ricordo che esistevano quasi due fazioni: quelli del classico e quelli del moderno. Le discussioni erano molto accese.
Io, invece, decisi che volevo studiare entrambe.»
Il suo maestro fu favorevole a questa scelta?
Susanna Egri: «Sì, ed è una delle cose che gli sarò sempre grata.
Molti insegnanti mi avrebbero impedito di avvicinarmi a un linguaggio diverso, invece lui aveva una mentalità molto aperta.
Mi disse: “Fai bene a interessarti anche alla nuova danza. Tutte le arti si evolvono e anche la danza deve evolversi. L’importante è che tu non abbandoni mai il classico, perché è la base di tutto. Prima diplomati nel classico, poi studia tutto quello che desideri. Non farà altro che arricchirti”.
Quelle parole mi hanno accompagnata per tutta la vita.»
Come riusciva a conciliare due percorsi così diversi?
Susanna Egri: «Appena finivano le lezioni al Teatro dell’Opera di Budapest, attraversavo la strada e correvo nell’altra scuola.
Era un mondo completamente diverso.
Si lavorava a piedi nudi, non c’era la sbarra, il movimento nasceva dal contatto con il terreno e da un rapporto differente con il corpo. Era un’altra concezione della danza, ma io sentivo il bisogno di conoscere entrambe.
Non volevo scegliere. Volevo imparare tutto.»
C’è stato uno spettacolo che le ha indicato la strada?
Susanna Egri: «Sì. Ho assistito a un concerto di danza di Harald Kreutzberg.
In Italia uno spettacolo del genere non esisteva. Era un intero programma sostenuto da un solo interprete che alternava, una dopo l’altra, coreografie completamente diverse.
Ne rimasi affascinata.
Fu allora che pensai: è questo che voglio fare.
Voglio creare uno spettacolo in cui una sola persona possa attraversare mondi diversi, passando dal balletto classico alla danza moderna, dalle punte ai piedi nudi, dalle danze etniche al jazz, dall’intrattenimento alla ricerca più profonda.
All’epoca nessuno faceva una cosa simile. I concerti erano esclusivamente classici oppure esclusivamente moderni. Io sognavo di unire tutto.»
Quanto conta un maestro nella formazione di un artista?
Susanna Egri: «Conta moltissimo.
Nel nostro lavoro il maestro è la persona che ti plasma. Tu impari osservandolo, seguendo le sue indicazioni, costruendo la tua tecnica.
Poi, con il tempo, trovi il tuo stile personale. Ma quello stile nasce sempre dall’incontro con grandi maestri, da ciascuno dei quali porti con te qualcosa.»
Dopo gli anni della formazione a Budapest, Susanna Egri torna in Italia con un bagaglio di studi, diplomi e una visione della danza profondamente innovativa. È convinta di poter contribuire a cambiare il panorama culturale del Paese. La realtà, però, è molto diversa da quella immaginata.
Cosa significava, per una giovane donna negli anni Quaranta, scegliere una strada così indipendente?
Susanna Egri: «Ho avuto una fortuna enorme: quella di nascere in una famiglia fuori dagli schemi.
Mio padre era un uomo assolutamente eccezionale. È stato uno degli artefici del Grande Torino e ha dato un contributo fondamentale alla storia del calcio italiano. Era un fuoriclasse nel suo mestiere.
Anche mia madre era una donna fuori dal comune. Negli anni Trenta, una ragazza, finite le scuole, aspettava semplicemente di sposarsi e costruire una famiglia. Era questo il percorso considerato naturale.
Lei, invece, volle imparare una professione.
Suo fratello maggiore aveva già aperto una scuola di ballo e lei decise di seguirne le orme, diplomandosi come insegnante. Per una giovane donna dell’epoca non era una scelta affatto scontata.»
Da suo padre ha ereditato la disciplina?
Susanna Egri: «Sì, certamente. La disciplina, il rispetto delle regole e anche il senso del gioco.
Può sembrare strano, ma il gioco è importante nello sport quanto nelle arti. Ogni atto creativo conserva sempre una componente di gioco, di libertà.
Mio padre, però, mi ha trasmesso soprattutto un’altra cosa: il valore della cultura.
Mi ripeteva spesso che qualunque professione si scelga, bisogna costruirla su solide basi culturali. Non bisogna mai smettere di studiare ciò che gli antichi hanno scritto e tramandato. È un patrimonio che continua a nutrire tutto quello che facciamo.»
Ha mai sentito la danza come un rifugio?
Susanna Egri: «Sì.
La danza è diventata il luogo in cui tutto ciò che studiavo trovava un senso. Mi interessavano moltissimo anche le lingue. Sono cresciuta bilingue: con mia madre parlavo ungherese e con mio padre italiano, che parlava un italiano perfetto.
Questa doppia appartenenza mi ha accompagnata per tutta la vita.
Quando la guerra finì, avevo completato tutti gli studi di danza. Mi ero diplomata in balletto classico, avevo studiato composizione coreografica e pedagogia, mi ero sposata con un italiano a Budapest ed ero diventata cittadina italiana.
Prima di rientrare in Italia, nel 1946, riuscii anche a realizzare il mio primo concerto solistico di danza. Era il progetto che avevo sognato per anni.»
Che cosa trovò al suo ritorno in Italia?
Susanna Egri: «Una grandissima delusione.
Ero convinta di poter portare tutto ciò che avevo imparato, invece trovai un Paese in cui la danza praticamente non esisteva.
Non c’erano scuole professionali, non c’erano teatri che programmassero spettacoli di balletto e, soprattutto, mancava completamente l’interesse verso questa forma d’arte.
La danza non era considerata un’arte autonoma.
Era come voler innovare qualcosa che, in realtà, ancora non esisteva.»
Provò comunque a proporre il suo spettacolo?
Susanna Egri: «Sì.
Presentai il mio concerto solistico prima a Milano e poi a Torino.
L’accoglienza fu molto positiva. Il pubblico apprezzò lo spettacolo, ma il problema arrivava dopo.
Dove avrei potuto continuare?
Non esistevano teatri che producessero danza.
Le uniche realtà strutturate erano i grandi teatri lirici, come il Teatro alla Scala di Milano, il Teatro dell’Opera di Roma e il Teatro di San Carlo di Napoli.
Ognuno aveva un corpo di ballo, ma serviva quasi esclusivamente per gli inserti coreografici all’interno delle opere liriche.
Al di fuori di quel contesto non esistevano vere opportunità professionali.»
Come riuscì a cambiare le cose?
Susanna Egri: «A un certo punto ho capito che, oltre alla determinazione, nella vita serve anche un po’ di fortuna.
Mentre mi trovavo a Torino, venni a sapere che alla Biennale di Venezia sarebbe arrivato il Teatro dell’Opera di Roma per presentare alcuni spettacoli.
Decisi di partire.
Volevo semplicemente vedere della danza.
Non immaginavo che, nello stesso periodo, a Venezia stesse nascendo qualcosa di straordinario.»
L’occasione che cambia una vita
Susanna Egri: «Il regista Guido Salvini era stato incaricato di riunire il meglio del teatro italiano per portarlo nelle grandi capitali europee, come Londra e Parigi, dimostrando che il teatro italiano era vivo anche dopo la guerra.
Alla Biennale erano presenti i più grandi attori del tempo: Renzo Ricci, Ruggero Ruggeri, ma anche una nuova generazione destinata a fare la storia del nostro teatro.
C’erano Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Giorgio De Lullo, insieme a registi come Giorgio Strehler, Orazio Costa e molti altri.
Era concentrato lì tutto il meglio della cultura teatrale italiana.
Fu un momento decisivo anche per me.»
Conclusione
Le parole di Susanna Egri restituiscono molto più del racconto di una carriera. Raccontano un’epoca in cui la danza cercava ancora il proprio spazio, una disciplina che, in Italia, faticava a essere riconosciuta come linguaggio artistico autonomo.
Dall’infanzia trascorsa tra Lucca e Budapest, passando per l’incontro con maestri straordinari e il ritorno in un Paese ancora impreparato ad accogliere la sua visione, emerge il ritratto di un’artista che non ha mai smesso di studiare, di sperimentare e di guardare oltre i confini.
La sua storia ricorda che il talento, da solo, non basta. Servono disciplina, curiosità, cultura e il coraggio di immaginare ciò che ancora non esiste.
È forse questa l’eredità più preziosa lasciata da Susanna Egri: aver contribuito a costruire, passo dopo passo, quel terreno sul quale la danza italiana avrebbe finalmente trovato la propria identità.
Il passo che ha cambiato la danza italiana
Le parole di Susanna Egri restituiscono molto più del racconto di una carriera. Raccontano un’epoca in cui la danza cercava ancora il proprio spazio, una disciplina che, in Italia, faticava a essere riconosciuta come linguaggio artistico autonomo.
Dall’infanzia trascorsa tra Lucca e Budapest, passando per l’incontro con maestri straordinari e il ritorno in un Paese ancora impreparato ad accogliere la sua visione, emerge il ritratto di un’artista che non ha mai smesso di studiare, di sperimentare e di guardare oltre i confini.
La sua storia ricorda che il talento, da solo, non basta. Servono disciplina, curiosità, cultura e il coraggio di immaginare ciò che ancora non esiste.
È forse questa l’eredità più preziosa lasciata da Susanna Egri: aver contribuito a costruire, passo dopo passo, quel terreno sul quale la danza italiana avrebbe finalmente trovato la propria identità.
Di seguito il link all’intervista Audio:
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