Lino Banfi: «Ho fatto il solletico al cuore di quattro generazioni»

L’uomo dietro la maschera

Ci sono artisti che appartengono a una stagione del cinema e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per accompagnare la vita di intere generazioni. Lino Banfi è uno di questi. Da oltre sessantacinque anni attraversa il teatro, il cinema e la televisione italiana con una naturalezza che pochi interpreti possono vantare. Le sue battute sono entrate nel linguaggio comune, i suoi personaggi fanno parte dell’immaginario collettivo e la sua comicità continua a unire nonni, figli e nipoti.

Eppure, entrando nella sua casa romana, si ha subito la sensazione che il protagonista di questa storia non sia soltanto l’attore conosciuto dal grande pubblico. Tra fotografie, premi, ricordi e oggetti che raccontano una vita, emerge soprattutto Pasquale Zagaria: l’uomo che ha conosciuto la gavetta, i sacrifici, i debiti, la fede e il dolore, senza mai perdere il gusto dell’ironia.

A novant’anni Banfi continua a ricevere ovazioni, riconoscimenti e l’affetto di un pubblico che sembra non essersi mai stancato di lui. Ma è sorprendente scoprire come, dietro quella risata diventata celebre, viva ancora un ragazzo curioso, capace di interrogarsi sul senso del tempo, sul rapporto con Dio, sulla morte e sull’amore che continua a provare per Lucia, la moglie scomparsa nel 2023 dopo oltre sessant’anni trascorsi insieme.

Durante la nostra conversazione il confine tra Lino Banfi e Pasquale Zagaria si dissolve continuamente. A parlare, a volte, è il personaggio; altre volte è l’uomo. I due discutono, si correggono, si prendono bonariamente in giro e, alla fine, trovano sempre un punto d’incontro. È forse questo il segreto di una carriera che ha saputo attraversare epoche diverse senza perdere autenticità.

Banfi racconta l’amicizia nata con papa Francesco, l’incontro con Quentin Tarantino, il rapporto con Kevin Spacey, il successo di Un medico in famiglia, la stagione irripetibile della commedia italiana e ciò che, secondo lui, il cinema contemporaneo ha smarrito. Lo fa alternando battute irresistibili a riflessioni che sorprendono per profondità.

Proprio per questo il Leone d’Oro alla carriera della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia rappresenterebbe molto più di un premio celebrativo. Sarebbe il riconoscimento a un interprete che ha raccontato l’Italia popolare con uno stile inconfondibile, conquistando un posto nella memoria collettiva del Paese.

Ne nasce una conversazione lunga, sincera e mai banale. Un dialogo in cui l’attore lascia spesso il passo all’uomo e nel quale si comprende perché, ancora oggi, quattro generazioni continuino a considerare Lino Banfi uno di famiglia.

L’intervista

Prima di tutto, grazie, Lino, per averci ospitato nella tua casa, in un luogo così personale. Questa è un’intervista esclusiva per il nostro numero speciale dedicato alla Mostra del Cinema di Venezia. Chi meglio di te, che hai contribuito alla storia del cinema italiano, poteva essere sulla copertina del nostro giornale? Cercheremo di raccontare la persona che si nasconde dietro oltre sessant’anni di cinema, risate ed emozioni. Nel tuo ultimo libro racconti il rapporto tra Pasquale Zagaria e Lino Banfi, due identità che hanno camminato insieme per tutta la vita. Oggi, a novant’anni, chi dei due prende più decisioni?

Lino Banfi: Il ritratto l’ho voluto fare con tutti e due, che sono presenti qui oggi senza litigare. Di solito sono più di sessant’anni che litigano, ma Zagaria è quello che prende il sopravvento e dice a Banfi: «Calma, conta fino a dieci, non esagerare».

Capisco che Banfi lavori molto. Io lavoro meno di lui, però sto qui a curarmi le mie onorificenze: Cavaliere di Gran Croce, ambasciatore dell’UNICEF, le onorificenze dell’UNESCO e tutte queste cose. Capisco anche quando Banfi mi dice: «Caro Zagaria, mi faccio un mazzo così per te».

Ho voluto mostrare tutti questi premi proprio perché chi leggerà l’intervista possa vederli. Venezia non c’è ancora nello specchietto per le allodole dove sono raccolte le cose più grandi. Però, scusate, in copertina ci sono io e questo è importante.

Intanto, tomo tomo, cacchio cacchio, senza dire niente a nessuno, mi sto affacciando verso i novantuno anni e sto cercando di capire come mi accetterà la signora Morte.

Io ho parlato con lei e mi ha detto subito: «Non chiamarmi la Morte».

«E come ti devo chiamare?».

«Io non ho sesso», mi ha risposto.

«Va bene, ma siccome noi due dovremo chiacchierare un po’, come vuoi che ti chiami?».

«Mors», mi ha detto, in latino.

Questa è una cosa che mi ha acculturato molto. Mi ha fatto ricordare la lettera di raccomandazione che mi diede il proprietario dell’Ambra Jovinelli per presentarmi a casa di Totò. Nella lettera aveva scritto: «Caro Principe, questo è un ragazzo bravo, fresco di studi, che non si perde nei congiuntivi e nei condizionali».

Quella frase mi risuona ancora nella mente. Mi ha acculturato. Mi ero quasi dimenticato di parlare in italiano e questa cosa mi ha improvvisamente riportato a quell’attenzione per la lingua.

Io sono colto davvero, ma sono colto di marciapiede, che è diverso. Le mie lauree sono tutte le pause che ho fatto nella vita. Quando ho pensato prima di bestemmiare, prima di sputare in faccia a qualche delinquente, quando ho affrontato i guai e i debiti che ho avuto, mi fermavo a riflettere.

Ecco perché dico che Zagaria ha più presenza di Banfi: è quello più ragionevole. Adesso, però, stanno facendo la pace. La follia è che si trovano persino belli.

Pensate che Zagaria si è tagliato i baffi che portava da quarant’anni e, in questi giorni, quasi nessuno se n’è accorto.

Per me è una grande gioia. Sono tutti presi dai premi che mi danno, dalle standing ovation, dalla gente che si commuove e piange. L’ultimo è stato un premio importantissimo al Magna Graecia Film Festival, in Calabria. C’erano migliaia di persone che urlavano il mio nome.

Queste cose ti fanno capire che hai seminato bene. In questi sessantacinque anni credo di avere seminato bene, di avere innaffiato con cura e adesso la pianta mi sta restituendo frutti meravigliosi.

Non ho fatto male a nessuno. E questo, secondo me, vale più di tanti premi.

Vuol dire che ho ancora un po’ di tempi supplementari. Questo è il succo del discorso.

Alcuni dei Telegatti vinti da Lino Banfi

Visto che hai parlato con la morte, anticipo una domanda che avrei voluto farti più avanti. Il tuo dialogo con Dio è qualcosa che porti avanti fin da giovane oppure oggi è diventato più importante e intenso?

L’ho sempre portato avanti fin da giovane, pur non andando molto in chiesa.

Da ragazzo non ci andavo perché, dopo quattro anni di seminario, ero stato talmente tanto tempo in chiesa che non facevo altro che assistere alla Messa, alle funzioni, al Te Deum, cantare nella scuola di canto e fare tutte quelle cose.

Stavamo sempre in chiesa.

Quando sono diventato famoso, ogni tanto ci entravo per dieci minuti. Quando vedevo una bella chiesetta che mi piaceva, se ero accompagnato dicevo:

«Fermami qui».

Quando guidavo io, mettevo la macchina in un angolo ed entravo cinque minuti.

Adesso non ci vado più perché, da quando sono conosciuto, anche quelli che si trovano in chiesa mi fanno il gesto per chiedermi una fotografia.

Io rispondo:

«No, in chiesa non si fanno queste cose».

Preferisco andarci quando la chiesa chiude la sera e qualche sacerdote mi fa entrare di straforo.

Allora posso concedermi due minuti di raccoglimento.

Non sono un “bizzoco”, come diciamo noi, ma la fede l’ho sempre avuta.

Negli anni ho avuto questi dialoghi che prima erano soltanto con il Padreterno.

Adesso ho addirittura un ufficio di collocamento portato avanti da papa Francesco e da Lucia, che sono in società.

Loro provvedono a tutte le mie cose.

Con papa Francesco nacque una confidenza bellissima.

C’è una fotografia che vorrei farvi vedere, non so se potete inquadrarla: siamo a braccetto.

Gli dissi:

«Santità, devo fare con lei una fotografia che non possiede nessuno al mondo».

E lui mi chiese:

«Quale?».

«Si alzi».

Lui, ultimamente, stava seduto e usava il bastone.

Gli feci togliere il bastone e gli dissi:

«Una fotografia a braccetto con il Papa non ce l’ha nessuno. Sarò l’unico al mondo ad averla e così si ricorderanno di me».

Per farlo ridere aggiunsi:

«Passerò alla storia e passerò anche alla geografia».

Lui si mise a ridere e disse:

«Si può fare».

Si alzò piano piano.

Pensai a quanta pazienza avesse e a quanto mi volesse bene.

Io ero come un bambino che aveva appena fatto una marachella:

«Vedete? A dispetto degli altri che non hanno questa fotografia, io ce l’ho».

La cosa bella fu quello che accadde dopo.

Chiesi:

«Santità, possiamo far pubblicare questa fotografia da qualche giornale, naturalmente se lei vuole?».

«Sì. Da chi, per esempio?», mi domandò.

«Il Corriere della Sera è un bel giornale».

«Va bene, va bene».

Allora lo dissi ad Aldo Cazzullo, che è un grande giornalista e un amico, e a Urbano Cairo, con il quale siamo quasi come padre e figlio, anche considerando la differenza d’età.

Dissi:

«Questa bella fotografia mia e di Sua Santità la mettiamo in prima pagina?».

Due o tre giorni dopo Cazzullo mi telefonò la sera e disse:

«Domani esce, preparati».

Io dissi a mio figlio:

«Domani esco in copertina sul Corriere della Sera».

In prima pagina c’eravamo io e il Papa a braccetto.

Il titolo era:

«Finalmente Banfi in prima pagina sul Corriere della Sera… E quello vestito di bianco vicino a lui chi è?».

Meraviglioso.

Quando vidi quella pagina, al momento pensai:

«Adesso vengono ad arrestarmi. Arriveranno i gendarmi e mi diranno: “Come ti sei permesso? Sei un blasfemo!”».

Invece, dopo due o tre ore, mi dissero:

«Il Papa sta ancora ridendo».

La cosa era stata fatta bene.

Era una delle cose più belle che potessero capitarmi.

Lino Banfi con la sua storica manager Paola Comin

Hai detto che tra Pasquale e Lino c’è sempre stato un confronto, quasi un litigio continuo. Se potessi invitare a cena il Lino Banfi di trent’anni fa, su che cosa litighereste?

Lino Banfi:

Litigheremmo sulla scelta dei miei film.

Avrei potuto selezionarli un po’ meglio.

Ma Zagaria avrebbe detto a Banfi:

«Guarda che ti sto guidando benissimo. Hai fatto bene a non fare questo, però quest’altro lo devi fare. Quando ti conviene, fallo anche per meno soldi».

Già si prendeva poco.

Dicevo:

«Fottitene del fatto che non avrai mai diritti sulle repliche. Queste sono cose sulle quali, un giorno, guadagneranno i produttori».

E così è stato.

Se avessi fatto scrivere nel contratto che volevo anche soltanto cinque centesimi per ogni volta che trasmettevano L’allenatore nel pallone, Vieni avanti cretino o Fracchia la belva umana, avrei già guadagnato milioni.

Ma non fa niente.

Quei film mi hanno dato tanta popolarità.

Alla fine Banfi ha ascoltato Zagaria e ha capito di avere fatto bene.

Si è comportato bene, non ha combinato casini durante tutti questi anni, pur avendo lavorato con donne bellissime provenienti da tutto il mondo.

L’ha sempre fatto senza esasperazioni, con garbo e misura.

Questo era ciò che mi interessava.

Quando hai capito di essere diventato davvero famoso? Non semplicemente di avere successo, ma di essere entrato nella vita delle persone?

Lino Banfi:

L’ho capito dopo una delle prime puntate di Un medico in famiglia.

Avevo compreso che, interpretando quel personaggio, avrei conquistato anche il pubblico dei ragazzini, che non avevo raggiunto con i film.

All’inizio quel genere di film non veniva fatto vedere ai bambini.

Adesso, però, quei ragazzini di allora sono diventati quarantenni e cinquantenni.

Conoscono i miei film a memoria e li insegnano anche ai loro figli.

Oggi tutti hanno visto i miei film.

Sembrano quelli su Santa Maria Goretti: non c’è niente di sporco!

Quando dicevano che erano film “sporcaccioncelli”, io rispondevo:

«Come possono essere sporchi? Le protagoniste fanno cinque o sei docce in ogni film. Più puliti di così si muore».

Inoltre ho avuto una carriera didattica non indifferente.

Ho cominciato facendo il bidello, poi il professore e infine il preside.

Mi mancava soltanto il provveditore agli studi e avrei completato l’intera opera didattica.

Ho fatto tutto con garbo e misura.

Ho capito di essere entrato nella vita delle persone quando ho visto che anche il pubblico dei ragazzini era ormai conquistato.

Quei bambini sarebbero diventati grandi e sarebbero cresciuti con me.

Come disse una volta il mio amico Francesco:

«Tu hai fatto il solletico al cuore di quattro generazioni».

Lino Banfi con alcuni dei suoi tanti premi vinti

Hai mai avuto paura che il personaggio di Lino Banfi diventasse più grande dell’uomo Pasquale Zagaria?

Lino Banfi:

Ho avuto questa paura per un periodo, quando cominciai a realizzare pubblicità per le grandi aziende.

Qualcuno mi disse:

«Tu sei talmente simpatico e bravo, hai una comicità e uno stile così personali, che qualche volta superi il prodotto. In certi casi fai paura ai creativi, a quelli che devono inventare il personaggio con il quale pubblicizzerai un prodotto, un cibo o qualsiasi altra cosa».

Mi è successo quando ho lavorato per TIM e per altre grandi aziende.

Mi dicevano:

«La tua faccia supera il prodotto».

Questa era la mia paura.

Invece, alla fine, Lino Banfi e Pasquale Zagaria trovano sempre un accordo.

Oppure si scambiano le parti, come fanno i gemelli:

«Vai tu a questo appuntamento, perché stasera non mi va di andarci».

Magari persino con la stessa ragazza.

Molti gemelli mi hanno raccontato cose di questo tipo.

Io, però, li ho sempre fatti mettere d’accordo.

Adesso c’è anche questo docufilm che sta avendo tanto successo, Lino d’Italia – Storia di un itALIENO.

Mi chiamano Lino d’Italia, Lino nazionale.

Allora ho detto:

«Chiamatemi direttamente Lino di Mameli e facciamo prima».

Quando rimani in casa e nessuno ti vede, è più facile essere Pasquale o essere Lino?

In casa sono Pasquale.

Sono il Lino di Lucia.

Mi vengono i pensieri legati alla famiglia e a ciò che si prova quando si rimane soli.

Però, in realtà, non sono mai completamente solo.

Mio figlio abita sotto di me, quindi durante la giornata stiamo insieme, magari per un’ora o due, e poi va via.

Adesso ci vediamo soprattutto per questa nuova cosa che avete accennato all’inizio: il podcast che sto preparando.

Ogni volta che partecipo ai podcast degli altri, le puntate ottengono un successo incredibile.

Si parla addirittura di decine di milioni di visualizzazioni.

Allora mi sono chiesto:

«Perché non dovrei farne uno anch’io?».

Lo abbiamo chiamato Parlando con le stelle.

Abbiamo ricevuto anche l’approvazione della Rai.

Tutti quelli che vedono il docufilm rimangono sorpresi.

Per me doveva essere semplicemente un documentario, quindi pensavo che avrebbe potuto trovare spazio alle dieci e mezza, in seconda serata, su Rai 3, Rai 1 o Rai 2.

Non pensavo a qualcosa di più, perché di solito questo è lo spazio riservato ai documentari.

Invece mi hanno detto:

«È venuto talmente bene…».

Questa cosa, inventata da me e da Marco Spagnoli, che ne è il regista, è nata quasi all’improvviso.

Gli ho detto:

«Lasciami fare. Tu metti le macchine da presa e basta».

Abbiamo girato ed è venuta fuori una novità.

Nel docufilm ho interpretato tre personaggi: oltre a Zagaria e Banfi, ho aggiunto quello di mio padre, che ha messo d’accordo quei due pazzi.

Dice loro:

«Voi dovete convivere e, ahimè, dovrete anche morire insieme. Siete novantacinque o novantasei chili ciascuno e dovete stare tutti e due dentro lo stesso corpo. Quindi fate attenzione: è meglio che non litighiate».

Adesso stiamo bene d’accordo tutti e tre.

Stiamo organizzando le ultime cose belle, per sparare bene le ultime cartucce.

Quale oggetto presente nella tua casa racconta meglio la tua vita?

Lino Banfi:

Sicuramente quelli che si trovano qui dentro, nel mio studio.

La Rai ha fatto bene a regalarmi queste due gigantografie, questi due ritratti cartonati di mia moglie e del principe Antonio De Curtis.

Secondo noi, sono le due persone che mi hanno salvato e che mi hanno permesso di diventare celebre.

Si sono messe di buona volontà e mi hanno aiutato.

La verità è questa.

Se Lucia non avesse insistito, dopo tanti anni in cui io volevo mollare, probabilmente non sarei andato avanti.

Molte volte dicevo:

«Basta, non ce la faccio più».

Lei rispondeva:

«Vedrai che ci riuscirai. Tu sei forte. La gente ti vuole bene e si affeziona sempre di più a te».

Mi ha sempre dato tanto ossigeno per continuare.

Poi si è meritata il premio che si è meritata.

Siamo stati benissimo insieme.

Abbiamo festeggiato sessantuno anni di matrimonio e dieci anni di fidanzamento.

Una vita, anzi più di una vita.

Due sagome cartonate ad altezza uomo, donate dalla Rai a Lino Banfi. Il primo a cui e legatissimo e quello di sua moglie Lucia, il secondo del grande Totò

Parli ancora con lei?

Sì, ma non la sogno.

Ogni tanto mi arrabbio un po’ e dico al Padreterno:

«Dite che siamo d’accordo, dite che mi volete bene, e poi non me la fate sognare?».

Allora c’è sempre qualche voce che non è né papa Francesco né Lucia.

È una voce anonima, non è neppure Mors, non si sa chi sia.

Questa voce mi dice:

«Va bene così, accontentati. Metti che te la facciano sognare invecchiata, brutta, malata o sofferente. Non è meglio ricordarla bella come la ricordi tu?».

Alla fine hanno ragione loro.

Dico:

«Va bene, va bene. È meglio lasciare le cose come stanno».

Sono stati saggi.

Lino e Lucia Banfi 50 anni di matrimonio

Lino, tu hai conosciuto un’Italia che oggi quasi non esiste più. Quale difetto degli italiani è scomparso e quale, invece, è rimasto identico?

Lino Banfi:

A scomparire non sono certamente i difetti.

I difetti non scompaiono mai, di solito aumentano.

Oggi, quindi, ne abbiamo molti di più.

Forse noi pugliesi abbiamo reso un po’ meno accentuato il difetto del nemo propheta in patria.

Prima se ne fregavano di tutti quelli della propria regione che avevano avuto successo o stavano per averlo.

Adesso, invece, c’è più affetto.

Si legano al personaggio.

Prima, quando dicevano:

«Lino Banfi è pugliese»,

qualcuno se ne fregava.

Adesso non è più così.

Un altro difetto che rimane è che tutti vogliamo essere intelligenti e tutti vogliamo sapere tutto dell’intelligenza artificiale, ma nessuno ci capisce niente.

Ci troviamo in un mare di guai, sia gli esperti sia gli inesperti.

A questo punto ho quasi parlato direttamente con quelli dell’intelligenza artificiale, perché ormai si può persino discutere con lei.

Mi hanno mostrato un tasto e ho detto:

«Signori miei, io parto da zero. Facciamo una full immersion. Aiutatemi, perché non ho tutto il tempo per imparare che possono avere le persone di trenta o quarant’anni. Io sono ai tempi supplementari. Cercate quindi di aiutarmi a fare una cosa rapida e fatemi entrare in questo mondo».

Si stanno dando da fare.

Alla fine ci riuscirò.

Come abbiamo detto, sarai sulla copertina del nostro numero speciale dedicato a Venezia. Se la Mostra del Cinema di Venezia fosse una persona, come la descriveresti?

Come una moèca, il granchio tipico di Venezia.

È la parte di Venezia che conosco meglio.

Non ho mai pensato al Leone d’Oro o ai premi di Venezia, perché quei riconoscimenti vanno ai film importanti, mentre i nostri erano considerati film commerciali.

Inoltre, non essendo io bello e adatto a fare il red carpet, non ho mai pensato che a Venezia potesse esserci un premio adatto a me.

Ogni tanto mi veniva in mente il leoncino.

Dicevo:

«Chissà che un giorno non mi diano un leoncino».

Ma sapete cos’è il Leoncino?

È quel pulmino che porta anche i ragazzi a scuola.

Allora dicevo:

«Un giorno mi regaleranno questa vettura e mi diranno: non è proprio un Leone d’Oro, ma è un Leoncino della Fiat».

Ho sempre scherzato con i macchinisti e gli elettricisti.

Dicevo:

«Ragazzi, la scena che abbiamo girato oggi era bellissima».

Loro rispondevano:

«Bravo, Lino, ci hai fatto piangere».

E io:

«Allora, con questa scena, meritiamo di andare a Venezia. E, se proprio non arriviamo a Venezia, almeno a Mestre ci arriviamo di sicuro e mangiamo le moèche».

Quella era sempre la conclusione del discorso.

Ho sempre associato Venezia più alle moèche che ai premi.

Inoltre mi dicevano:

«Non essendo bello, tu non sei né copertinabile né scopertinabile».

Invece, con la vecchiaia, sto diventando copertinabile.

Ultimamente ho avuto due o tre copertine importanti che non avrei mai immaginato di poter avere.

Si vede che la semina di cui parlavo prima è stata davvero una buona semina.

Lino Banfi
Un giovanissimo Lino Banfi

Hai attraversato più di sessant’anni di cinema: che cosa si fa meglio oggi e che cosa, invece, si è perso rispetto al passato?

Lino Banfi:

Si è perso molto il cameratismo, chiamiamolo così per utilizzare un termine che usavamo noi nell’avanspettacolo.

Noi eravamo camerati, amici intimi.

Quando una ballerina aveva bisogno di aiuto, noi la aiutavamo.

Quando io, pur essendo il capocomico, avevo bisogno di qualcosa, trovavo una ballerina o un collega che riusciva a darmi quell’aiuto.

Ci aiutavamo tutti.

Si è perso questo cameratismo, questa amicizia fraterna tra le persone che lavorano insieme.

Adesso tutti parlano a bassa voce, perché ci sono questi piccoli microfoni che registrano tutto.

Così finiscono per parlarsi addosso.

Prima dovevi gridare per farti sentire dall’altro.

Il fonico diceva:

«Più voce!»,

per chiederti di parlare più forte, perché i microfoni erano diversi da quelli di oggi.

Oggi sono sensibilissimi.

Te li mettono persino nei capelli, per chi ce li ha, e funzionano benissimo.

Ma non c’è più quella fratellanza, quell’amicizia vera.

Si realizzano anche meno film e, di conseguenza, ci sono meno occasioni per creare quei legami.

Un consiglio che vorrei dare ai giovani è questo: alcuni credono che, dopo aver fatto bene un monologo di quattro minuti, magari riuscendo anche a far ridere in quei quattro minuti all’interno di una trasmissione, possano immediatamente diventare protagonisti di un film.

Non è così.

C’è tutta una scuola da attraversare.

Devono farla per forza, altrimenti non possono arrivare davvero.

I ragazzi che fanno comicità attraverso un monologo, quando vanno in apnea, come dico io, pensano:

«Ho soltanto quattro o cinque minuti, devo sbrigarmi».

Allora li vedi costruire il discorso:

«Mi ricordo quando mia madre mi ha detto… Quando sono tornato a casa mi ha chiesto: “Che cazzo vuoi?”».

Mettono insieme tutto quello che serve per ottenere la risata: la battuta, la parolaccia o la frase piccante.

Pensano:

«Una volta ottenute quattro o cinque risate, sono a posto. Mi prenderanno per fare qualcos’altro».

Ma non basta.

È troppo poco.

Bisogna fare teatro e tanta gavetta.

Questo è ciò che si è perso un po’ nel mondo dei giovani.

Ma, se hanno intelligenza e voglia di fare, possono arrivarci nuovamente.

Hai mai incontrato una star internazionale che ti abbia sorpreso particolarmente per umiltà, semplicità e umanità?

Lino Banfi:

Una volta, proprio a Venezia, incontrai il grande regista di Pulp Fiction, Quentin Tarantino.

Venne verso di me e io inizialmente lo scambiai addirittura per Jimmy il Fenomeno, che faceva parte del nostro ambiente ed era divertentissimo.

Correva verso tutti e abbracciava chiunque.

Poi capii che era Tarantino.

Lui era un grande appassionato dei nostri film.

Io apparivo sempre con Edwige Fenech e Barbara Bouchet, quindi mi conosceva benissimo.

Mi diceva:

«Grande Lino, grande!».

Per fortuna, all’ultimo momento, la vecchia volpe che è dentro di me capì subito chi fosse.

Gli dissi:

«Tu sei il grande regista di Pulp Fiction»,

per fargli capire che sapevo chi fosse.

Lui mi disse:

«Good face».

Poi, parlando con Barbara Bouchet, diceva che avevo una faccia stupenda e che avrei dovuto fare un film con lui.

Per un po’ ci ho creduto.

Dopo qualche tempo, però, ho pensato:

«Forse era veramente Jimmy il Fenomeno e non Tarantino».

Se dovessi scegliere un solo film della tua carriera per raccontare l’Italia agli stranieri, quale sceglieresti?

Lino Banfi:

Il commissario Lo Gatto, perché fu un film girato da Dino Risi, un grande maestro.

Potrei scegliere anche un film realizzato con un altro grande regista, Steno, il padre di Carlo ed Enrico Vanzina.

Con lui e Johnny Dorelli girai Dio li fa poi li accoppia, nel quale interpretavo un personaggio omosessuale legato all’Arcigay.

Oggi alcune cose non si potrebbero più fare nello stesso modo.

Però erano scene carine, pulite, oneste e mai esagerate.

Qual è il prezzo della popolarità che nessuno racconta mai e che molti personaggi famosi, forse, non hanno neppure il coraggio di confessare?

Io il prezzo lo racconto.

Eccome se lo racconto.

È quello che sto pagando oggi ed è molto caro.

A novant’anni suonati, mi rendo conto di non avere avuto il tempo di imparare a fare molte cose.

Non ho imparato a nuotare, ad andare a cavallo o in bicicletta.

Ne mai guidato un motorino.

Non so fare quasi nulla.

Non ho mai giocato a pallone.

Sono stato addirittura presidente della squadra di calcio degli attori, ma non so giocare.

Soprattutto mi pento di non avere mai imparato a nuotare.

Nell’età in cui normalmente si imparano queste cose, io stavo in seminario per diventare sacerdote.

Sono uscito dal seminario, ho continuato per un po’ gli studi da privatista e poi sono partito con le compagnie di varietà.

Non sono più tornato a casa.

Ho pagato questo prezzo e continuo a pagarlo.

Ma sono felice di pagarlo così.

Hai girato un film con Pio e Amedeo che affronta un argomento molto vicino alla tua esperienza personale. Com’è stato realizzarlo e quali emozioni hai provato durante le riprese?

Ho provato una bella emozione, un sentimento di altruismo che sapevo di possedere, ma che non immaginavo fosse così forte nei confronti di quei due ragazzi.

Sono bravi e meritano tutto il successo ottenuto al botteghino.

Con quel film hanno guadagnato bei soldi.

Loro, però, hanno anche dato a me la possibilità di interpretare un ruolo importante, una partecipazione molto forte e drammatica, legata a una situazione che avevo già vissuto con mia moglie.

Credo di averlo interpretato bene, perché mi hanno raccontato che le persone uscivano dal cinema piangendo.

Il personaggio era toccante.

Il ruolo che ho interpretato è servito anche a loro, perché ha dato credibilità ai loro personaggi.

Pio e Amedeo non sono soltanto due comici dissacratori: sono anche bravi attori.

Al Magna Graecia Film Festival, dove sei stato premiato, hai incontrato Kevin Spacey. Tutti i giornali hanno scritto che gli avresti proposto una sceneggiatura. Fa parte del folklore giornalistico oppure c’è qualcosa di vero?

Lino Banfi:

Qualcosa di vero c’è.

Io sono talmente creativo con me stesso che, scherzando, mi dico sempre:

«Vieni avanti, creativo, e crea».

Sapevo che avrei incontrato Kevin Spacey.

Lui aveva detto:

«Vieni, perché voglio conoscerti. Però vieni tu verso il punto in cui mi trovo, perché per te è più facile».

Secondo lui era più facile, ma per me era più difficile, perché dovevo salire degli scalini.

Oggi gli scalini mi fanno paura.

Se scivolo, penso subito:

«Mi rompo un femore e muoio».

Ormai muoio per qualsiasi cosa.

Mi viene un raffreddore e penso di morire.

Cerco quindi di stare sempre attento e di non fare nulla che possa provocarmi un danno.

Insomma, andai verso di lui e pensai:

«Che cosa gli dico? Io non so parlare inglese».

Decisi di raccontargli una storia che mi era venuta in mente una notte.

In realtà, mentre gliela raccontavo, la stavo anche inventando.

La sapevo raccontare e l’idea gli piacque.

Poi lui mi disse una cosa molto bella:

«In tutti i film cerco di imitare la tua risata. Ho visto qualcosa di tuo, quindi alcuni tuoi film devono averli trasmessi anche in America. Ma non riesco mai a riprodurla bene come fai tu».

Mi domandò:

«Perché fai sempre quella risata nei film? Difficilmente mi hanno detto di avere visto un tuo film nel quale non ci fosse quella risata».

Gli spiegai che quella è una risata di rabbia.

Era la reazione che avevo quando le cose mi andavano male.

Dopo questa spiegazione ha apprezzato ancora di più il nostro incontro.

Chi lo sa, magari questo incontro darà qualche frutto e ci rivedremo un’altra volta.

Dopo sessantacinque anni di cinema e televisione, hai ancora qualcosa da raccontare che non hai mai raccontato?

Non ho raccontato quasi tutto.

Mi rimane ancora in sospeso questa cosa del podcast, che credo sarà una bella sorpresa per me e per i miei amici.

Loro sono le stelle, forse sono più stelle di me, ma in fondo luccichiamo tutti quanti.

Quando, tra cent’anni, qualcuno aprirà un libro sulla storia dello spettacolo e leggerà il nome di Lino Banfi, quale parola speri di trovare accanto al tuo nome?

Lino Banfi:

Quella parola la farò scrivere dai miei figli vicino alla tomba che ho al Verano di Roma.

È un’edicola funeraria sulla quale, per il momento, c’è scritto “Zagaria – Lagrasta”, che sono i veri cognomi mio e di mia moglie.

Sotto ho fatto scrivere, più piccolo, anche “Banfi”, perché un giorno qualcuno potrebbe voler sapere dove si trova Lino Banfi e magari non ricordarsi di Zagaria.

Vorrei che i miei figli facessero scrivere una frase come questa:

«Va bene, vuoi versare una lacrimuccia? Versala. Però sorridi».

Vorrei che sorridessero le persone che leggeranno quella frase.

E vorrei che qualcosa del genere fosse scritto anche in quel libro.

Hai concesso migliaia di interviste nella tua vita. Esiste una domanda che, in oltre sessant’anni, nessuno ti ha mai fatto e alla quale avresti sempre voluto rispondere?

Sì.

C’è una domanda che nessuno mi ha mai fatto, forse per delicatezza, ma che avrei voluto ricevere:

«Tu sei mai piaciuto fisicamente a qualcuna delle bellissime donne con le quali hai lavorato?».

Allora te la faccio: Lino, sei mai piaciuto a qualcuna delle donne con le quali hai lavorato?

Sì, a qualcuna.

Qualcuna mi diceva addirittura:

«Sai che hai dei bellissimi occhi?».

Non sai quale gioia mi abbia dato sentirmi dire che avevo dei begli occhi.

Questa cosa me la porterò sempre dietro.

A me bastava quello.

Lino Banfi, il tempo che resta dentro il cuore

Alla fine della lunga conversazione con Lino Banfi resta una sensazione precisa: quella di avere incontrato non soltanto un attore, ma un pezzo della memoria collettiva italiana.

Il suo percorso racconta un Paese che è cambiato, ma anche un sentimento che non è passato. Perché il successo vero non si misura soltanto con gli incassi, i premi o i numeri degli spettatori. Si misura con la capacità di restare nella vita delle persone.

Lino Banfi è riuscito in qualcosa di raro: trasformare personaggi comici in ricordi affettivi.

Oronzo Canà, Nonno Libero, il commissario Lo Gatto e tutti gli altri protagonisti della sua carriera non sono soltanto ruoli interpretati davanti a una macchina da presa. Sono diventati compagni di viaggio per milioni di italiani.

Dietro la risata, però, questa intervista mostra un uomo capace di guardare il tempo con una profondità inattesa.

Un uomo che parla della morte senza paura, della fede senza esibizione, dell’amore senza retorica.

Il ricordo di Lucia è forse il momento più potente di tutta la conversazione. Non c’è nostalgia fine a sé stessa, ma la consapevolezza di avere vissuto qualcosa di raro: un amore che ha attraversato più di sessant’anni e che continua a esistere nella quotidianità dei ricordi.

Banfi racconta anche un mondo dello spettacolo che non c’è più: quello della gavetta, del rapporto umano, delle compagnie teatrali dove ci si aiutava davvero. Ma non lo fa con amarezza. La sua è più una riflessione di chi ha visto molte epoche e sa riconoscere ciò che vale.

Il possibile Leone d’Oro alla carriera non sarebbe soltanto un premio per un grande attore comico.

Sarebbe il riconoscimento a un artista popolare nel senso più nobile della parola.

Perché popolare significa appartenere alle persone.

Significa entrare nelle case.

Significa essere ricordati con un sorriso.

E forse la frase che più racconta Lino Banfi è proprio quella che lui immagina sulla sua tomba:

«Vuoi versare una lacrimuccia? Versala. Però sorridi».

Dopo una vita intera dedicata a regalare emozioni, è probabilmente il modo più autentico per dire grazie a un uomo che, come ha ricordato lui stesso, ha fatto soltanto una cosa:

ha fatto il solletico al cuore di quattro generazioni.

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