C’è un momento, in Place to Be, in cui il viaggio di Brooke sembra diventare finalmente un viaggio anche per lo spettatore. Non accade per un grande colpo di scena, né per una svolta narrativa particolarmente sorprendente, ma attraverso una sensazione più semplice: quella di una donna che, dopo aver passato gran parte della propria vita a occuparsi degli altri, decide finalmente di riprendersi uno spazio per sé.
È questo il cuore del film di Kornél Mundruczó, presentato fuori concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia: una commedia on the road dai toni delicati, costruita intorno alla straordinaria presenza di Ellen Burstyn e a un’idea di rinascita che passa attraverso un incontro improbabile, un piccione viaggiatore e una fuga dalla quotidianità.
E dentro questo racconto trova spazio anche Pamela Anderson, in un ruolo molto diverso da quelli che hanno segnato la sua immagine pubblica.
Place to Be, un road movie sulla libertà
Brooke è una vedova anziana che vive a Chicago e che, dopo la morte del marito, ha dedicato la propria esistenza ai figli. Quando questi iniziano a considerarla soprattutto come una persona da proteggere e sistemare, la protagonista percepisce sempre più chiaramente di essere diventata un problema da risolvere.
La situazione cambia quando nella sua casa arriva un piccione da gara, che Brooke decide di chiamare Intruder. L’animale appartiene a qualcuno che vive a New York e la donna prende una decisione apparentemente assurda: attraversare il Paese per riportarlo al legittimo proprietario.
È l’inizio di un viaggio che la porta lontano dalla casa, dai figli e dalla vita ordinata che le è stata costruita intorno.
Sul suo cammino incontra Nelson, interpretato da Taika Waititi, un uomo di mezza età alle prese con una vita altrettanto disordinata. I due non hanno molto in comune, e proprio questa distanza diventa il motore del film.
Ellen Burstyn è il cuore del film
Il vero punto di forza di Place to Be è senza dubbio Ellen Burstyn.
A 93 anni, l’attrice interpreta Brooke senza mai trasformarla in una caricatura della donna anziana che cerca una seconda giovinezza. Il personaggio non vuole tornare indietro nel tempo: vuole semplicemente tornare a essere una persona capace di scegliere.
È una differenza importante e Mundruczó la mette al centro del racconto.
Burstyn lavora soprattutto sulle sfumature. Uno sguardo, una pausa, una battuta apparentemente innocua diventano strumenti attraverso i quali comprendiamo la solitudine di Brooke e, contemporaneamente, il suo desiderio di sentirsi ancora viva.
È una prova che domina il film e gli conferisce una profondità che la sceneggiatura non sempre riesce a mantenere.
Pamela Anderson, lontana dall’immagine di Baywatch
Ed è qui che entra in gioco Pamela Anderson.
L’attrice interpreta Molly, la figlia di Brooke, e il suo ruolo è decisamente più contenuto rispetto a quello della protagonista. Ma proprio questa misura rende interessante la sua presenza.
Molly è una donna preoccupata, quasi sospesa, che osserva la madre cercando di proteggerla senza rendersi conto fino in fondo di quanto quella protezione rischi di diventare una forma di controllo.
Anderson evita di trasformare il personaggio in una semplice figlia ansiosa e lavora ora soprattutto sulla fragilità. Il risultato è una performance sobria, coerente con la nuova fase della sua carriera.
Dopo The Last Showgirl, che aveva già rappresentato una svolta nella percezione dell’attrice, Place to Be conferma infatti un percorso interessante: Anderson sembra sempre più intenzionata a lasciarsi alle spalle l’immagine iconica che per decenni ha dominato il suo rapporto con il pubblico.
Qui non c’è la Pamela Anderson di Baywatch. C’è un’interprete che accetta di stare dentro un film corale, senza cercare necessariamente il centro della scena.
Ed è proprio questa scelta a renderla credibile.

Foto: Alberico Bortolin
Taika Waititi funziona, ma il rapporto non decolla sempre
Più complesso è il discorso relativo a Taika Waititi.
Nel ruolo di Nelson, l’attore porta nel film una componente comica più marcata. Il personaggio è un uomo insoddisfatto, alle prese con una vita sentimentale e professionale in evidente difficoltà.
La sua energia è volutamente più irregolare rispetto alla misura di Burstyn. Da una parte questo crea un contrasto interessante; dall’altra, in alcuni momenti, rende meno naturale il rapporto tra i due protagonisti.
Eppure il rapporto tra Brooke e Nelson resta il cuore dell’opera.
Non è una storia d’amore tradizionale. È piuttosto un incontro tra due persone che, in momenti diversi della vita, hanno bisogno di qualcuno disposto ad ascoltarle.
Un film dolce, ma non sempre equilibrato
Il problema principale di Place to Be è proprio la scrittura.
L’idea alla base del film è interessante: raccontare una donna anziana che rifiuta di considerarsi arrivata alla fine della propria storia e decide di rimettersi in viaggio.
Ma la sceneggiatura non riesce sempre a dare la stessa profondità a tutti i passaggi del racconto.
Alcuni snodi narrativi risultano piuttosto prevedibili e alcune situazioni vengono risolte con una rapidità che attenua il loro potenziale drammatico.
Mundruczó, però, compensa in parte queste debolezze con una regia che cerca la leggerezza senza rinunciare alla malinconia.
Il regista filma il viaggio come una parentesi sospesa, un territorio nel quale i protagonisti possono temporaneamente liberarsi delle identità che gli altri hanno costruito per loro.
Il piccione come simbolo della rinascita
L’idea più curiosa del film è naturalmente Intruder, il piccione che fa partire tutto.
Potrebbe sembrare un semplice elemento comico, ma il volatile diventa progressivamente un simbolo della libertà che Brooke non riesce più a trovare nella propria vita.
Non è soltanto un espediente narrativo: Intruder diventa una presenza capace di alleggerire la storia e, contemporaneamente, ricordare a Brooke quanto sia ancora possibile lasciarsi sorprendere dalla vita.
Il viaggio per riportare il piccione al suo proprietario diventa così un pretesto per affrontare un percorso molto più personale.
Brooke non sta semplicemente cercando di restituire qualcosa a qualcuno. Sta cercando di capire che cosa resta della sua vita quando smette di vivere secondo le aspettative degli altri.
La regia di Mundruczó tra commedia e malinconia
Dopo film più drammatici e tormentati, Kornél Mundruczó sceglie con Place to Be una strada sorprendentemente più morbida.
Il film conserva alcuni temi cari al regista e alla sceneggiatrice: il rapporto tra individuo e famiglia, il bisogno di ridefinire la propria identità e soprattutto la condizione femminile.
Ma qui la tragedia lascia spazio a un umorismo gentile.
La regia funziona soprattutto quando osserva i personaggi senza giudicarli. Brooke non viene idealizzata e i suoi figli non sono semplicemente trasformati nei “cattivi” della storia. Anche dietro i loro comportamenti discutibili esiste una preoccupazione reale.
È questa ambiguità a rendere il film più interessante di quanto potrebbe sembrare a una prima lettura.
Il verdetto: Pamela Anderson è una sorpresa, ma Burstyn domina
Place to Be non è un film perfetto e probabilmente non è nemmeno il titolo più ambizioso della competizione veneziana. La struttura narrativa presenta qualche debolezza e il rapporto tra i due protagonisti non raggiunge sempre l’intensità che la storia promette.
Ma sarebbe un errore liquidarlo come una semplice commedia sentimentale.
Il film di Mundruczó possiede una sua sincerità e soprattutto trova in Ellen Burstyn un’interprete capace di trasformare una storia apparentemente piccola in una riflessione sulla libertà, sull’invecchiamento e sulla possibilità di ricominciare.
Pamela Anderson, dal canto suo, conferma di essere entrata in una fase artistica nuova. Il suo ruolo non è enorme, ma è sufficiente per mostrare un’interprete più consapevole e molto più interessata ai personaggi che all’immagine.
Dopo la sorprendente rinascita di The Last Showgirl, Venezia 83 aggiunge dunque un altro tassello al nuovo percorso di Anderson.
Il vero punto di forza del film resta però Ellen Burstyn: luminosa, ironica, fragile e ancora capace di occupare lo schermo con una naturalezza che non ha bisogno di effetti speciali.
Place to Be forse non vola sempre alto. Ma, come il piccolo Intruder al centro della storia, trova comunque il modo di arrivare a destinazione.
Voto: 7/10