Ci sono lotte che non finiscono nei titoli di apertura, rivoluzioni che non fanno rumore, resistenze che continuano a esistere nonostante l’assenza di attenzione. Sono le battaglie quotidiane di uomini e donne che difendono i diritti umani in contesti dove libertà, dignità e giustizia vengono sistematicamente negate.
Proprio a queste storie silenziose è stato dedicato il convegno “Diritti umani e civili: le resistenze dimenticate”, promosso dal Comitato regionale per i Diritti Umani e Civili del Piemonte in occasione della Giornata mondiale dei Diritti Umani. Un appuntamento che ha trasformato la Piazza dei Mestieri di Torino in uno spazio di ascolto, confronto e consapevolezza. hanno introdotto i lavori i vicepresidenti del Comitato per i Diritti Umani e civili Giampiero Leo e Sara Zambaia.
Dare voce a chi rischia di essere cancellato
Iran, Venezuela, Kurdistan, Bielorussia: contesti diversi, storie lontane, ma un filo comune che le unisce. Nei racconti dei testimoni intervenuti emerge una realtà fatta di repressione, persecuzioni, violazioni sistematiche dei diritti fondamentali e, soprattutto, di isolamento.
Il dramma più grande, come ricordato più volte, non è solo la violenza subita, ma il rischio di essere dimenticati, esclusi dal dibattito pubblico e dall’agenda internazionale.
Accendere una luce su queste resistenze significa riconoscere che la difesa dei diritti umani non può essere selettiva, legata solo alle crisi più visibili o mediaticamente rilevanti.
Perché parlare di diritti umani oggi
Durante l’incontro è emersa una domanda cruciale: che senso ha oggi occuparsi di diritti umani?
La risposta è stata netta. Quando si smette di parlare di diritti, si smette di difendere la civiltà stessa. Ignorare ciò che accade in altri Paesi non rende il mondo più sicuro, anzi: l’aumento di guerre, autoritarismi e repressioni rappresenta una minaccia globale, anche per le democrazie consolidate.
In un contesto internazionale sempre più fragile, la tutela dei diritti non è un lusso morale, ma una necessità politica e civile.
L’Europa come faro, ma non senza rischi
Dalle testimonianze è arrivato anche un forte appello all’Europa, vista ancora come un simbolo di libertà e mediazione dai democratici di tutto il mondo. Ma la fiducia non è incondizionata.
Il timore espresso è che l’Europa possa perdere il suo ruolo, trasformandosi da spazio di dialogo a terreno di conquista per interessi autoritari, se non difende con coerenza i valori su cui si fonda.
Le delusioni e il bisogno di una responsabilità condivisa
Non sono mancate parole critiche nei confronti degli organismi internazionali, percepiti come spesso inefficaci o distanti. In particolare è stata evidenziata la sofferenza di chi vede la propria causa oscurata da una narrazione globale che si concentra solo su alcuni conflitti, lasciandone molti altri ai margini.
Eppure, accanto alla delusione, è emersa anche una richiesta chiara: non voltarsi dall’altra parte, continuare a parlare, creare reti di solidarietà, costruire spazi di ascolto istituzionale.
Un impegno che parte dai territori
Il Comitato regionale per i Diritti Umani e Civili del Piemonte ha rivendicato con orgoglio il proprio ruolo: quello di essere un punto di riferimento stabile, capace di tenere accesa l’attenzione anche quando i riflettori si spengono.
In un tempo segnato da conflitti dimenticati e crisi sovrapposte, scegliere di essere idealisti diventa un atto di responsabilità.
Non dimenticare è già una forma di resistenza
Le “resistenze dimenticate” non chiedono compassione, ma riconoscimento. Parlare di loro, ascoltarle, dar loro spazio significa impedire che vengano cancellate dal silenzio.
Difendere i diritti umani oggi non vuol dire avere risposte semplici, ma continuare a porre domande scomode. E ricordare che ogni libertà negata, ovunque nel mondo, riguarda anche noi.