Paolo Naso: “L’intesa con i Testimoni di Geova è un fantasma che torna a chiedere giustizia” (Audio)

Intesa Testimoni di Geova

Fu lui (Paolo Naso) a coniare l’espressione “intesa fantasma” per descrivere una delle vicende più controverse della storia recente della libertà religiosa in Italia: quella dell’intesa tra lo Stato e i Testimoni di Geova, firmata da diversi governi ma mai ratificata dal Parlamento. Oggi quel “fantasma” è tornato al centro del dibattito pubblico dopo che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha condannato l’Italia per discriminazione nei confronti della confessione religiosa, aprendo un nuovo fronte politico e giuridico sul tema dell’uguaglianza tra le religioni.

Quali sono le implicazioni della sentenza? Perché un’intesa sottoscritta nel corso degli anni da diversi presidenti del Consiglio non è mai arrivata all’approvazione parlamentare? E cosa rivela questa vicenda sullo stato della libertà religiosa nel nostro Paese?

Ne parliamo con Paolo Naso, politologo ed esperto di pluralismo religioso, già docente di Scienza Politica presso l’Università La Sapienza di Roma e attualmente docente in master universitari promossi dalle Università di Padova e Salerno. Dal 2014 al 2024 ha coordinato il Comitato per le relazioni con l’Islam presso il Ministero dell’Interno, incarico dal quale si è dimesso insieme agli altri componenti dell’organismo. Autore di numerosi saggi sul rapporto tra religioni e spazio pubblico, ha recentemente pubblicato “Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump” (Claudiana).

Presiede il Comitato Scientifico del Centro di Documentazione Metodista, è membro del direttivo BET Polo Biblico e collabora con il Centro Studi Confronti. (Ascolta l’intervista integrale)

Perché Paolo Naso parla di “intesa fantasma”

«Era un’intesa molto costruita, molto ragionata e inserita in un pacchetto che comprendeva anche altre confessioni religiose come buddhisti e induisti», spiega Naso. «Tutte quelle intese hanno concluso il loro iter, mentre quella dei Testimoni di Geova è semplicemente sparita dal percorso parlamentare».

Da qui nasce la definizione di “intesa fantasma”. Un accordo formalmente negoziato, sottoscritto e approvato nei passaggi preliminari, ma mai arrivato al voto finale delle Camere.

Secondo Naso, non si tratta di una semplice dimenticanza amministrativa. «C’è stata una convergenza politica trasversale che ha ritenuto quell’intesa inopportuna, escludendola dal calendario parlamentare». Una scelta che oggi torna sotto i riflettori grazie alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La sentenza CEDU e le responsabilità della politica

Per il politologo la decisione della Corte rappresenta un passaggio cruciale.

«La Corte Europea oggi presenta il conto all’Italia. Il nostro Paese ha aderito a un sistema di valori che tutela la libertà religiosa e ora deve spiegare perché una confessione religiosa sia stata esclusa dai benefici e dai diritti riconosciuti ad altre comunità».

Naso sottolinea che il caso non può più essere liquidato come una questione procedurale.

«Non siamo più davanti a una dimenticanza o a un rinvio. Dopo la sentenza emerge chiaramente una responsabilità politica. Mi sarei aspettato una presa d’atto pubblica da parte delle istituzioni e l’avvio di un percorso di riparazione».

Secondo l’esperto, il silenzio della politica rischia di aggravare ulteriormente una situazione già censurata sul piano europeo.

Il peso della volontà politica nell’iter delle intese

Quanto conta la politica rispetto agli aspetti tecnici e giuridici?

«Conta tutto», risponde senza esitazioni Naso.

L’intesa con i Testimoni di Geova aveva infatti già superato i passaggi amministrativi richiesti: riconoscimento giuridico, pareri favorevoli e firma del testo.

«Se l’intesa non è stata approvata non è perché mancasse un documento o un’autorizzazione. È mancata perché una parte significativa della politica italiana ha deciso di non portarla al voto».

Per dimostrare questa tesi, Naso ricorda come altre confessioni religiose abbiano invece ottenuto l’approvazione delle proprie intese.

«Persino comunità numericamente molto più piccole hanno completato il percorso. Nel caso dei Testimoni di Geova siamo di fronte a una scelta politica che oggi la Corte Europea ha giudicato problematica sotto il profilo della non discriminazione».

Libertà religiosa e pluralismo: il vero problema italiano

La vicenda dei Testimoni di Geova, tuttavia, è soltanto la punta dell’iceberg.

Secondo Naso il problema riguarda l’intero sistema italiano di gestione del pluralismo religioso.

«L’Italia continua a fare riferimento a una normativa nata nel 1929. È una situazione anacronistica. Da decenni si parla di una riforma della legislazione sulla libertà religiosa, ma nulla è stato realmente fatto».

Tra le questioni ancora aperte figura quella delle comunità islamiche, che rappresentano la seconda realtà religiosa del Paese ma non dispongono ancora di un’intesa con lo Stato.

«Oggi l’Italia reale è molto più pluralista di quanto la politica sembri voler riconoscere. La società è cambiata, le istituzioni molto meno».

Per questo Naso propone una doppia riforma: accelerare l’approvazione delle intese già mature e adottare finalmente una legge moderna sulla libertà religiosa e di coscienza.

L’Italia delle religioni vista come un palazzo

Per spiegare la situazione attuale, Paolo Naso utilizza una metafora efficace.

«Immagino un grande palazzo. Al piano nobile c’è la Chiesa cattolica. Al piano immediatamente inferiore le confessioni che hanno ottenuto un’intesa con lo Stato. Più in basso quelle che dispongono di un semplice riconoscimento giuridico. E poi ci sono le cantine».

È proprio lì, secondo il politologo, che oggi si trovano molte comunità religiose.

«Nell’Italia delle religioni troppe confessioni sono costrette a vivere nelle cantine di un edificio che la Costituzione vorrebbe invece fondato sull’uguaglianza e sul riconoscimento dei diritti».

Una sentenza che riguarda tutta la libertà religiosa

La decisione della CEDU non riguarda soltanto i Testimoni di Geova. Per Paolo Naso rappresenta un richiamo all’Italia affinché affronti finalmente il tema del pluralismo religioso con strumenti adeguati al presente.

L’intesa rimasta bloccata per oltre vent’anni è diventata il simbolo di una questione più ampia: la difficoltà della politica italiana nel riconoscere pienamente la trasformazione religiosa della società. La sentenza europea ha riportato il tema al centro del dibattito pubblico e istituzionale. Resta ora da capire se il Parlamento saprà raccogliere questa sfida o se, ancora una volta, il fantasma dell’intesa tornerà a scomparire nei corridoi della politica italiana.

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