Carola Fenocchio è una costumista che da anni lavora tra cinema, televisione, teatro e opera, collaborando con alcuni dei più importanti registi e interpreti italiani. Nel suo percorso professionale ha firmato i costumi di produzioni di grande successo, tra cui la serie Cuori, e ha instaurato una solida collaborazione con Antonio Albanese.
Per lei il costume non è un semplice elemento estetico, ma uno strumento narrativo capace di accompagnare l’attore nella costruzione del personaggio e di raccontare, fin dal primo sguardo, una storia.
In questa intervista Carola Fenocchio ci accompagna dietro le quinte del suo lavoro, parlando di creatività, ricerca, collaborazione e del futuro di una professione che continua a evolversi.
In fondo all’articolo è disponibile anche l’audio con l’intervista integrale a Carola Fenocchio.
Carola Fenocchio: il costume come strumento per raccontare un personaggio
D: Molti pensano che il costume serva semplicemente a vestire un attore. Quando, invece, un costume inizia davvero a raccontare una storia?
R: Il costume racconta una storia fin dal primo momento. Non è un semplice abito, ma uno strumento di lavoro che aiuta l’attore a entrare nel personaggio e a rappresentare il progetto immaginato dal regista. Dal primo fotogramma di un film o dalla prima apertura di sipario, il costume comunica già qualcosa allo spettatore: racconta il carattere del personaggio, il contesto in cui vive, il periodo storico e il modo in cui deve essere percepito. È una parte fondamentale della narrazione e contribuisce a costruire l’identità del personaggio ancora prima che pronunci una battuta.
Dal volto dell’attore alla nascita del costume
D: Quando le viene affidato un nuovo progetto, qual è il primo elemento da cui parte per immaginare i costumi?
R: La prima cosa è studiare il progetto e capire la visione del regista. Successivamente osservo il volto dell’attore, perché è quello che mi racconta di più sulle intenzioni con cui quel personaggio è stato pensato. Dal viso riesco spesso a intuire la direzione interpretativa che il regista vuole seguire. La fisicità è importante, ma nel cinema il volto rappresenta il punto di partenza. Nel teatro, invece, cambia l’approccio: il corpo, il movimento e la postura assumono un ruolo ancora più determinante, perché il costume dialoga continuamente con lo spazio scenico.
Quando il costume trasforma anche l’attore
D: Le è mai capitato di assistere a una trasformazione evidente di un attore nel momento in cui ha indossato il costume?
R: Sì, accade molto spesso ed è una delle soddisfazioni più grandi del mio lavoro. Quando un costume è distante dall’abbigliamento quotidiano dell’attore, diventa un vero aiuto per entrare nel personaggio. Più di una volta mi è stato detto che proprio grazie al costume è stato possibile trovare quella chiave interpretativa che mancava. È un riconoscimento molto importante, perché significa che il costume non è soltanto un elemento visivo, ma parte integrante del lavoro dell’attore.
Nei progetti ambientati in epoche storiche questo è ancora più evidente. Corsetti, imbottiture, accessori e biancheria modificano naturalmente la postura, il modo di camminare e persino il modo di muoversi nello spazio. Il corpo cambia e, con lui, cambia anche l’interpretazione.
L’ispirazione nasce dall’osservazione della realtà
D: Da dove nasce l’ispirazione per creare un costume?
R: Dall’osservazione della realtà. È una sorta di deformazione professionale: guardo continuamente le persone, il loro modo di vestirsi, di camminare e di comportarsi. Ogni dettaglio può trasformarsi in uno spunto creativo. Spesso la realtà è molto più sorprendente della fantasia. Mi capita di vedere persone con uno stile così particolare da pensare che, se lo proponessi in un film, qualcuno potrebbe considerarlo eccessivo. E invece è semplicemente la vita.
Estetica e verità: trovare il giusto equilibrio
D: Quanto è difficile trovare il giusto equilibrio tra estetica e verità?
R: È una sfida continua. Da artista sono naturalmente attratta dalla bellezza, ma il mio compito è raccontare il personaggio e non creare semplicemente un abito bello. Per questo motivo viene sempre prima la verità. Quando un costume è autentico e funzionale alla storia, allora diventa bello anche artisticamente. Se invece si ricerca soltanto l’estetica, si rischia di perdere credibilità.
Carola Fenocchio e il ricordo di Pilar Fogliati in Cuori
D: C’è un ricordo particolare legato a un attore che ha apprezzato il suo lavoro?
R: Più dei complimenti mi emoziona quando un attore mi dice che il costume lo ha aiutato concretamente nell’interpretazione. È successo diverse volte, ma ricordo con particolare affetto la telefonata di Pilar Fogliati dopo la messa in onda della prima stagione di Cuori. Mi ringraziò dicendomi che attraverso il lavoro sui costumi era riuscita a trasformarsi completamente e a costruire un personaggio nuovo, trovando una dimensione interpretativa che non si aspettava. È uno dei ricordi più belli della mia carriera.
Il rapporto di fiducia tra costumista e regista
D: Quanto conta il rapporto di fiducia tra costumista e regista?
R: Conta tantissimo. Credo profondamente che i risultati migliori nascano dalla collaborazione e dalla fiducia reciproca. Lavorare in armonia permette a tutti di esprimersi al meglio e questo si riflette inevitabilmente sul risultato finale. Mi è capitato anche di lavorare in contesti più complicati, ma continuo a pensare che il dialogo e la condivisione siano la strada migliore. È un mestiere meraviglioso e il piacere di creare insieme non dovrebbe mai venire meno.
Intelligenza artificiale e costumi: «Deve rimanere uno strumento»
D: L’intelligenza artificiale sta entrando sempre di più nel mondo dello spettacolo. Come vede il suo utilizzo nel vostro settore?
R: La considero uno strumento molto utile, soprattutto nelle fasi di progettazione. Permette di sviluppare rapidamente idee, sperimentare numerose varianti e presentare un progetto in tempi molto più rapidi. Da questo punto di vista rappresenta un grande aiuto. Quello che mi auguro, però, è che rimanga sempre un supporto e non diventi mai una sostituzione della figura professionale. La sensibilità, l’esperienza e la capacità di leggere una persona sono aspetti che appartengono all’essere umano e che non possono essere sostituiti.
La collaborazione tra Carola Fenocchio e Antonio Albanese
D: Da diversi anni collabora con Antonio Albanese. Com’è nato questo rapporto professionale?
R: È una collaborazione che si è costruita nel tempo, fondata sulla fiducia reciproca. Lavoro con Antonio soprattutto nel suo ruolo di regista e questo ci permette di confrontarci continuamente sulle scelte creative. C’è un dialogo molto aperto e un grande rispetto reciproco, elementi che rendono il lavoro estremamente stimolante. Quando invece Antonio recita in progetti diretti da altri registi, è naturalmente il costumista scelto da quella produzione a seguirlo.
«Vorrei che nei miei costumi si riconoscesse una visione artistica»
D: Se tra cent’anni qualcuno guardasse i suoi costumi, cosa spera che raccontino di lei?
R: Mi piacerebbe che si percepisse non soltanto il lavoro di una professionista, ma quello di un’artista. Vorrei che quei costumi fossero ricordati non solo perché funzionali alla storia, ma perché capaci di lasciare un’impronta personale. Sarebbe bello pensare che, attraverso quei lavori, qualcuno possa riconoscere una visione artistica e un modo di raccontare i personaggi che vada oltre il semplice vestire un attore.
Ascolta l’intervista integrale a Carola Fenocchio
Creatività, ricerca, rapporto con gli attori e con i registi, nuove tecnologie e il futuro del mestiere: nell’audio qui sotto è possibile ascoltare l’intervista integrale a Carola Fenocchio, con il racconto completo della costumista e le sue riflessioni sul lavoro dietro le quinte di cinema, televisione e teatro.