La violenza contro le donne non lascia sempre lividi visibili. Spesso si insinua lentamente nella quotidianità, attraverso parole, controlli, isolamento e manipolazioni che, giorno dopo giorno, privano la vittima della propria libertà e della capacità di riconoscere ciò che sta vivendo.
È la violenza psicologica, una forma di abuso ancora troppo difficile da individuare e, spesso, anche da dimostrare nelle aule di giustizia.
Per approfondire questo tema abbiamo intervistato Silvia Mari De Santis, giornalista d’inchiesta da anni impegnata nel racconto della violenza di genere, dei femminicidi e delle criticità del sistema giudiziario italiano. Attraverso le sue inchieste e il suo lavoro sul campo ha raccolto decine di testimonianze di donne vittime di abusi, raccontando come la violenza non inizi quasi mai con un’aggressione fisica, ma con un lento e progressivo processo di controllo e manipolazione. Da questa esperienza nasce un’analisi lucida su un fenomeno che continua a colpire migliaia di donne ogni anno e che richiede non solo strumenti giuridici efficaci, ma anche un profondo cambiamento culturale.
Quando si parla di violenza sulle donne si pensa soprattutto a quella fisica. Cos’è, invece, la violenza psicologica?
In tutte le storie che ho seguito la violenza psicologica è sempre presente. Spesso arriva prima di quella fisica e del femminicidio. Quest’ultimo non è mai un gesto improvviso: è il punto finale di un’escalation costruita nel tempo.
Esistono anche situazioni in cui non si arriva mai all’aggressione fisica, ma le donne vivono per anni in una condizione di totale subordinazione, private della libertà e dei propri diritti. Ho raccontato casi di donne rimaste segregate psicologicamente per oltre vent’anni senza che il partner alzasse mai le mani.
Quali sono i segnali più comuni?
Il primo è il clima di paura. Poi arrivano la gelosia ossessiva, l’isolamento dagli amici e dalla famiglia, il controllo economico, la richiesta di lasciare il lavoro, il controllo dell’abbigliamento, delle uscite e delle relazioni sociali.
Sono comportamenti che si instaurano poco alla volta. Chi manipola è spesso molto abile: alterna momenti di apparente affetto ad altri di dominio, fino a restringere progressivamente gli spazi di libertà della donna.
Perché è ancora così difficile riconoscerla?
Perché è difficile da dimostrare. Se già la violenza fisica spesso incontra ostacoli nei tribunali, quella psicologica è ancora più complessa da provare.
Eppure produce conseguenze gravissime: ansia, depressione, disturbi alimentari, perdita dell’autostima e della libertà personale.
Silvia richiama anche l’attenzione su un fenomeno sempre più discusso: la violenza vicaria.
Ci sono uomini che utilizzano i figli come strumento di ricatto nei confronti della donna. La minacciano dicendo che glieli porteranno via oppure, nei casi più tragici, arrivano a colpirli per infliggere alla madre il dolore più devastante possibile.
Il sistema giudiziario è preparato ad affrontare questi casi?
Secondo me no. Esistono magistrati preparati e sentenze importanti, ma troppo spesso leggo decisioni che lasciano le donne completamente sole.
Non è solo un problema di norme, ma di applicazione delle leggi. Ancora oggi la parola delle donne e dei bambini fatica ad avere il peso che dovrebbe nelle aule di giustizia.
Questa situazione, spiega Silvia, produce un effetto devastante.
Ricevo tante testimonianze di donne che mi scrivono di preferire continuare a vivere nel rischio piuttosto che affrontare anni di processi, perizie, spese legali e sofferenze. È una forma di violenza istituzionale che non possiamo ignorare.
Di quale aiuto avrebbe bisogno una donna vittima di violenza psicologica?
Innanzitutto di un supporto psicologico, perché spesso chi vive questa situazione non riesce subito a riconoscerla. Poi serve immediatamente un sostegno legale competente.
Anche il lavoro dei centri antiviolenza è fondamentale, ma le loro relazioni dovrebbero avere un peso maggiore nei procedimenti giudiziari.
Cosa può fare chi si accorge che una persona cara vive una relazione abusante?
Può accompagnarla verso professionisti e strutture competenti, aiutarla a comprendere i rischi che sta correndo. Ma la decisione di uscire da quella relazione deve maturare dentro la persona stessa. È un percorso difficile che richiede tempo e sostegno.
Infine, un messaggio rivolto a tutte le donne.
Abbiamo bisogno di una mobilitazione delle coscienze. Le leggi sono importanti, così come gli avvocati preparati, ma serve anche una risposta culturale. Le donne devono imparare a stare dalla stessa parte, sostenersi reciprocamente. È questo che può davvero cambiare il sistema.
Non servono lividi per parlare di violenza
La violenza psicologica non lascia sempre segni sul corpo, ma può devastare la vita di una persona tanto quanto quella fisica. Inizia quasi sempre con piccoli gesti che sembrano normali: una gelosia giustificata come amore, un controllo presentato come protezione, una rinuncia fatta “per il bene della coppia”. Poi, lentamente, lo spazio della libertà si restringe.
Riconoscere questi segnali è il primo passo per interrompere la spirale dell’abuso. Ma non basta chiedere alle donne di denunciare: è necessario costruire un sistema capace di ascoltarle, proteggerle e credere alle loro parole.
Solo così la prevenzione potrà diventare davvero efficace. Perché ogni storia di violenza che viene fermata prima dell’irreparabile rappresenta una vita salvata, una famiglia protetta e una società più giusta.
Un cambiamento che riguarda tutti
Le parole di Silvia Mari De Santis raccontano una realtà che va oltre la cronaca. Ogni femminicidio, ogni denuncia e ogni storia di violenza psicologica sono l’ultimo capitolo di un percorso fatto di controllo, isolamento e paura che troppo spesso passa inosservato.
Il suo lavoro giornalistico ricorda quanto sia fondamentale imparare a riconoscere i primi segnali, sostenere le vittime e costruire una rete fatta di istituzioni, professionisti e cittadini capaci di ascoltare e intervenire. Perché la prevenzione non nasce soltanto dalle leggi, ma da una cultura che rifiuti ogni forma di sopraffazione e restituisca alle donne ciò che nessuna relazione dovrebbe mai togliere: la libertà di essere sé stesse.