Nel 1976, a pochi anni da uno degli scandali politici più gravi della storia americana, usciva nelle sale Tutti gli uomini del presidente (All the President’s Men), un film destinato a diventare simbolo del cinema politico d’autore. Diretto da Alan J. Pakula, con Robert Redford e Dustin Hoffman nei panni dei due giornalisti che scoperchiarono il vaso di Pandora del caso Watergate, la pellicola non si limita a raccontare una vicenda storica: ne fa un monito e un’ode al giornalismo investigativo, quello vero, quello che lavora nell’ombra, senza effetti speciali, armato solo di una macchina da scrivere, un taccuino e una fonte fidata.
Un’America ferita e il bisogno di verità
All’inizio degli anni Settanta, gli Stati Uniti erano un paese ferito. La guerra del Vietnam aveva diviso la società, le istituzioni mostravano crepe profonde, e la fiducia del popolo nei confronti del governo era ai minimi storici. In questo contesto, lo scandalo Watergate esplose come una bomba.
L’irruzione nella sede del Partito Democratico, avvenuta nel 1972 all’interno del complesso Watergate di Washington, inizialmente sembrava un piccolo fatto di cronaca. Ma due giovani reporter del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, iniziarono a collegare fili, a scavare, a porre domande che nessuno osava fare. Il risultato fu un’inchiesta senza precedenti che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon nel 1974. Il film racconta esattamente questo: non tanto l’esplosione pubblica dello scandalo, ma il lavoro quotidiano, certosino, silenzioso che permise di far emergere la verità.

Tutti gli uomini del presidente (1976)
Dalla carta al grande schermo
Il libro scritto da Woodward e Bernstein, pubblicato subito dopo i fatti, divenne un bestseller. Robert Redford, attore già affermato e consapevole del potenziale politico e culturale di quella storia, ne acquistò i diritti con l’intento di farne un film. Fu una scelta rischiosa: si trattava di un’opera basata su dialoghi, inchieste, redazioni giornalistiche e nomi poco noti al grande pubblico. Niente inseguimenti, niente esplosioni. Solo verità, tensione e giornalismo.
Redford affidò la regia ad Alan J. Pakula, maestro della paranoia cinematografica, e la sceneggiatura a William Goldman, uno degli autori più brillanti del cinema americano. Il cast fu completato da Dustin Hoffman nel ruolo di Bernstein e da Jason Robards in quello del direttore del Washington Post, Ben Bradlee.

Tutti gli uomini del presidente (1976)
Il giornalismo come sfida narrativa
Tutti gli uomini del presidente è un film che non si lascia tentare dalla spettacolarizzazione. L’intera struttura è costruita attorno a elementi che, sulla carta, sembrerebbero poco cinematografici: telefonate, documenti, scale digitate a macchina, stanze affollate di giornalisti, colloqui in parcheggi sotterranei.
Eppure, proprio grazie a una regia invisibile e a una sceneggiatura rigorosa, ogni scena si carica di tensione. La fotografia di Gordon Willis – già collaboratore di Coppola ne Il Padrino – accentua il contrasto tra la luce e l’ombra, tra la superficie e il non detto. I colori spenti, la composizione simmetrica delle inquadrature e l’uso del silenzio costruiscono un senso di minaccia costante, come se dietro ogni telefonata ci fosse un muro di potere pronto a crollare addosso ai protagonisti.
Redford e Hoffman, coppia simbolo
Robert Redford e Dustin Hoffman portano sullo schermo un duo complementare e autentico. Woodward, interpretato da Redford, è metodico, riservato, quasi ossessivo nella ricerca della precisione. Bernstein, al contrario, ha un approccio più impulsivo, più creativo, ma ugualmente determinato. Insieme, creano una dinamica realistica e coinvolgente, lontana dai cliché del cinema investigativo.
Le loro interazioni non sono eroiche ma umane, fatte di errori, correzioni, intuizioni e frustrazioni. Il film non li trasforma in paladini infallibili, ma in lavoratori della verità.

Tutti gli uomini del presidente (1976)
Un realismo costruito con precisione maniacale
Una delle scelte più notevoli della produzione fu la ricostruzione filologica della redazione del Washington Post. La scenografia non si limitò a imitare, ma replicò fedelmente gli spazi, gli arredi, perfino i cestini della carta straccia degli uffici reali. Redford e Hoffman visitarono più volte la sede del giornale, si immersero nel mondo del giornalismo, studiarono i gesti, il linguaggio, le abitudini dei reporter.
Questo impegno nel realismo dà al film una credibilità unica. Ogni inquadratura comunica l’autenticità del mestiere giornalistico, fatto di ore di attesa, telefonate interrotte, fonti che si negano, pezzi da riscrivere dieci volte.
Una lezione di democrazia
Al di là della vicenda in sé, il film diventa un racconto su ciò che una democrazia può e deve essere. Il potere politico, ci dice Pakula, non è infallibile né inattaccabile. È dovere dei cittadini – e soprattutto della stampa libera – interrogarlo, sfidarlo, renderlo responsabile.
Tutti gli uomini del presidente non è un film sul trionfo. Non mostra le dimissioni di Nixon, non chiude la storia con un’esplosione drammatica. Si ferma prima, al momento in cui la verità è ancora fragile, incerta, appesa a un filo. Ed è proprio questo il messaggio più forte: il giornalismo è un lavoro lungo, faticoso, che non garantisce la gloria, ma può cambiare la storia.
Un’eredità che dura nel tempo
A quasi cinquant’anni dalla sua uscita, il film resta uno dei punti di riferimento del cinema d’impegno civile. È studiato in scuole di giornalismo, analizzato nei corsi di sceneggiatura, citato da registi e reporter. La sua influenza si ritrova in pellicole come Spotlight (2015) o The Post (2017), che riprendono lo stile sobrio, l’attenzione ai dettagli, il rispetto per la verità.
La frase “Segui i soldi” (Follow the money), attribuita al misterioso informatore Gola Profonda, è diventata proverbiale. Ma più della citazione resta l’esempio: quello di un cinema che sceglie la responsabilità invece della retorica, la sostanza invece dello spettacolo.

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