Nella prima parte della nostra intervista, la giornalista Silvia Mari ha raccontato il percorso che l’ha portata ad affrontare temi complessi e spesso controversi, come la violenza istituzionale, la vittimizzazione secondaria e il delicato tema dell’alienazione parentale.
Un lavoro giornalistico costruito su anni di studio, verifiche e testimonianze, con l’obiettivo di portare alla luce dinamiche spesso invisibili nel dibattito pubblico.

In questa seconda parte dell’intervista, Silvia Mari approfondisce le conseguenze sociali delle inchieste su questi temi, riflette sul ruolo delle istituzioni e del sistema giudiziario e racconta il suo impegno nella difesa dei diritti delle minoranze religiose. Non mancano inoltre uno sguardo ai progetti futuri, alle nuove inchieste e un messaggio alle giovani generazioni che desiderano intraprendere la strada del giornalismo investigativo. ( Ascolta la seconda parte integrale dell’intervista)

Silvia Mari De Santis

Silvia Mari De Santis in Polonia, appena scoppiato il conflitto con l’Ucraina

Credi che l’inchiesta abbia contribuito a cambiare l’opinione pubblica o istituzionale su temi come la violenza istituzionale o l’alienazione parentale? In che modo?

Io penso di sì, perché la conoscenza della vittimizzazione secondaria e dell’alienazione parentale erano temi che, fino a poco tempo fa, appartenevano quasi esclusivamente agli addetti ai lavori.

Oggi mi capita spesso di incontrare persone che mi dicono di avere timore dopo una denuncia o una separazione. Non so fare una statistica, ma questo timore esiste. Tuttavia non deve essere visto necessariamente in un’ottica negativa: può essere anche un campanello d’allarme che porta le persone a essere più consapevoli e a non affidarsi ciecamente alla macchina istituzionale.

È una cosa dolorosa da dire, ma credo che questa vicenda abbia contribuito a risvegliare una maggiore consapevolezza.

Hai accennato prima al caso dei cosiddetti “genitori del bosco”. Qual è la tua opinione?

La mia opinione è che questo finale fosse già scritto. Chi conosce questi casi sa che una madre non entra in una casa famiglia per stare davvero con i suoi figli: spesso è solo un passaggio temporaneo prima che accada altro

Prima o poi, infatti, si crea una situazione per cui i genitori che non accettano determinate decisioni vengono considerati “ribelli”. Ma nessuna madre può accettare serenamente di vedere messo in discussione e calpestato il proprio ruolo davanti ai figli.

Credo che l’esito fosse in qualche modo prevedibile, come credo che alla fine i figli possano essere affidati al padre. In questo caso non parliamo di violenza domestica, ma di una famiglia con uno stile di vita alternativo rispetto alla maggioranza degli italiani. In altre culture, forse, non sarebbe nemmeno considerato così alternativo.

Trovo preoccupante l’ingerenza dello Stato – o meglio del sistema giudiziario – nelle scelte educative personali di una famiglia. Questa, naturalmente, è la mia opinione.

Quindi più che dello Stato, parliamo del sistema giudiziario?

Sì, probabilmente è più corretto parlare di sistema giudiziario, insieme a tutto il sistema che gli ruota attorno: periti, servizi sociali e altri soggetti coinvolti.

Uso spesso la parola “Stato” perché noto, in chi difende queste decisioni, una certa impostazione culturale che richiama sempre alcuni diritti, come il diritto alla salute o il diritto all’istruzione.

Ma il diritto alla salute, nella nostra Costituzione, non è il primo diritto in assoluto. Altrimenti dovremmo accettare una sorta di dittatura sanitaria. Esistono altri diritti fondamentali che vengono prima.

La felicità di un bambino, che è accudito, in salute e che comunque ha fatto i richiami vaccinali, non mi sembra minacciata dalla permanenza con i suoi genitori. A volte sembra emergere una volontà di imporre un modello.

Se una famiglia sceglie l’educazione parentale o adotta uno stile di vita particolare, questo non dovrebbe diventare automaticamente motivo per sospetti o intrusioni nella vita privata delle persone. Io vedo il rischio di una deriva pericolosa per la libertà individuale.

A un certo punto entri nella Direc e nel comitato scientifico. Come nasce il tuo incontro con Raffaella Di Marzio?

Avviene agli inizi del notiziario Dire Donne. All’epoca ero capo servizio e decisi, coerentemente con il mio spirito un po’ controcorrente, che parlare di donne non doveva significare solo empowerment, lavoro, diritti o impresa.

Mi chiesi: perché non parlare anche di spiritualità? Sembrava quasi un retaggio del passato, qualcosa di cui non ci si doveva occupare.

Così iniziai a studiare e a informarmi, finché incontrai Raffaella Di Marzio. Fu lei a parlarmi del ruolo delle donne nelle diverse fedi religiose. Da lì nacque una collaborazione che si è trasformata in un impegno concreto nella difesa dei diritti delle minoranze religiose.

In quel periodo mi sono occupata molto dei Testimoni di Geova. Ho scoperto che molti genitori appartenenti a questa comunità, durante separazioni o cause familiari, venivano spesso etichettati negativamente dai periti.

Ma quelle pratiche che vengono considerate “strane” sono semplicemente espressioni della loro fede. Se qualcuno commette abusi o violenze deve essere perseguito dalla legge, ma non si può trasformare la differenza religiosa in uno stigma.

Qual è la tua opinione sulle proposte di legge sulla manipolazione mentale attualmente in discussione?

Ne ho scritto approfonditamente, analizzando le due proposte di legge e intervistando anche Raffaella Di Marzio.

A mio avviso il rischio è che il concetto di manipolazione mentale diventi una sorta di nuova versione dell’alienazione parentale, con tutti i problemi che questo comporta.

Le persone devono essere giudicate per i fatti. Il diritto è una cosa molto seria. Se iniziamo a introdurre categorie troppo vaghe rischiamo di aprire la strada a situazioni molto pericolose.

Uso spesso un esempio: anche l’amore, nelle relazioni umane, può essere in qualche modo condizionante. Non parlo di violenza, ma di relazioni normali, tra persone libere. È un sentimento talmente forte e complesso che può influenzare le persone.

Dovremmo allora misurare anche quando l’amore diventa manipolazione? Il rischio è quello di criminalizzare l’umanità stessa.

Senza Madre: storie di figli sottratti dallo Stato, il libro di Silvia Mari De Santis

Quali sogni hai per il futuro della tua carriera e per il giornalismo investigativo in Italia?

Innanzitutto mi piacerebbe continuare questo lavoro e non interromperlo. Non mi piacciono le cose lasciate a metà. Non cerco una vittoria personale, ma la sensazione di aver detto tutto quello che potevo dire.

Sento di avere ancora molto da scrivere. Mi piacerebbe anche scrivere un libro, forse un romanzo autobiografico, ma in una forma più interiore.

La mia non è una vita straordinaria, però c’è un tema che ha segnato molto il mio percorso: il materno. Quando parlo di materno non intendo solo mia madre, ma tutte quelle figure femminili carismatiche che hanno avuto un ruolo nella mia vita.

Sono cresciuta con mio padre, per il quale nutro grande amore e rispetto, ma mi piacerebbe raccontare proprio questa presenza del materno che, pur nella sua assenza, è stata una sorta di stella polare nella mia vita.

Silvia Mari De Santis sulla nave della Marina corso embedded

Hai nuove inchieste o collaborazioni che vorresti condividere?

Continuo a seguire il mondo della difesa. Anche in questo ambito ho cambiato un po’ prospettiva: oggi si parla molto di tecnologia bellica, armi e industria militare, mentre a me interessa raccontare le persone.

Mi interessa raccontare chi indossa l’uniforme oggi e vive le nuove guerre.

Sto lavorando a un progetto su cui non posso ancora dire molto, ma che racconterà storie di militari: persone che hanno difeso i loro diritti pur avendo giurato di servire la patria.

Parlo di militari che si sono ammalati, di militari finiti in tribunale contro l’amministrazione della difesa, e purtroppo anche di militari che si sono tolti la vita.

Che messaggio lasceresti alle giovani giornaliste e ai giovani giornalisti che vogliono intraprendere questa professione?

Lo studio. Prima di tutto lo studio Bisogna coltivare il talento e crescere per gradi. Io oggi ho 47 anni e, paradossalmente, invece di diventare più moderata sono diventata più combattiva.

Da giovane ero molto diplomatica perché volevo arrivare a prendere il treno giusto e non volevo sbagliare. Con il tempo, crescendo e fortificandomi, ho trovato il coraggio di difendere con più forza le cose in cui credo.

Il consiglio è quindi di non bruciare tutto subito: crescete passo dopo passo e mantenete il fuoco. Quando non sarete più giovanissimi, avrete la forza per farlo emergere davvero.

Quindi più cuore e meno intelligenza artificiale?

Assolutamente. Io ho ancora molti pregiudizi sull’intelligenza artificiale, almeno rispetto alla mia professione. Può essere uno strumento, certo, ma la considero anche una grande insidia.

In che modo il giornalismo può continuare a essere uno strumento di denuncia e tutela dei diritti senza piegarsi alle intimidazioni?

Ti potrei dare una risposta idealistica, ma preferisco essere pragmatica. Servono editori che credano davvero nel giornalismo. L’editore è un imprenditore, deve guadagnare, non è un filantropo. Ma se crede davvero nel valore di questa professione, permetterà ai giornalisti di non sentirsi in ginocchio.

Naturalmente il giornalista deve fare la sua parte: verificare tutto, essere rigoroso, misurare ogni parola. Ma serve anche il coraggio di chi guida le testate.

Questa seconda parte dell’intervista restituisce il ritratto di una professionista che ha scelto di affrontare temi complessi e spesso controversi, senza rinunciare alla propria autonomia di pensiero.

Il percorso di Silvia Mari De Santis, dimostra quanto il giornalismo d’inchiesta possa ancora svolgere un ruolo cruciale nel far emergere realtà poco raccontate, nel dare voce a chi non ne ha e nel mantenere vivo il dibattito sui diritti e sulle libertà individuali.

In un’epoca in cui l’informazione corre veloce e spesso si semplifica, il suo lavoro ricorda l’importanza di approfondire, verificare e raccontare con coraggio.
Un impegno che non si ferma qui, ma che continuerà nelle prossime inchieste e nei progetti futuri, con lo stesso obiettivo: cercare la verità e contribuire a una società più consapevole.