Sheep in the Box: il dolore umano secondo Kore-eda
Con Sheep in the Box, Hirokazu Kore-eda torna in concorso al Festival di Cannes con uno dei suoi film più ambiziosi e divisivi degli ultimi anni. Dopo aver raccontato famiglie spezzate, infanzie negate e legami ricostruiti in opere come Shoplifters e Monster, il regista giapponese sposta il suo sguardo verso la fantascienza intima, affrontando il tema dell’intelligenza artificiale come estensione del lutto.
Presentato in concorso a Festival di Cannes, il film immagina un futuro molto vicino al nostro, dove la tecnologia consente di “ricreare” persone scomparse attraverso androidi alimentati da dati, ricordi e comportamenti umani. Ma sotto la superficie sci-fi resta intatto il cinema di Kore-eda: delicato, malinconico e profondamente interessato alle fragilità emotive delle famiglie.
La trama: un figlio artificiale per colmare il vuoto
La storia segue Otone e Kensuke, una coppia devastata dalla morte del figlio Kakeru. Due anni dopo la tragedia, ricevono la proposta di ospitare un androide costruito sulle memorie digitali del bambino. L’AI replica l’aspetto, le abitudini e parte della personalità del piccolo, ma qualcosa continua inevitabilmente a mancare.
Kore-eda costruisce così un dramma domestico sospeso tra elaborazione del lutto e inquietudine tecnologica. Non c’è spettacolarizzazione della fantascienza: niente distopie rumorose, niente ribellioni robotiche in stile hollywoodiano. I droni, gli androidi e le interfacce AI vengono trattati come oggetti quotidiani, quasi invisibili, dentro case immerse nella natura e nel silenzio.
Il cuore del film diventa allora una domanda semplice e devastante: fino a che punto il dolore può trasformare il ricordo in possesso?
Kore-eda cambia genere senza perdere la sua identità
La scelta di affrontare l’intelligenza artificiale potrebbe sembrare insolita per un autore storicamente legato al realismo familiare. In realtà Sheep in the Box appare come un’evoluzione coerente del suo cinema.
Il regista usa la fantascienza per interrogarsi ancora una volta sul significato della famiglia e sulla possibilità di costruire legami autentici al di fuori della biologia. Già in Shoplifters o Like Father, Like Son il sangue non bastava a definire l’amore; qui il concetto viene estremizzato attraverso un bambino “fabbricato”.
La regia resta minimale: lunghi silenzi, luce naturale, ambienti domestici e una macchina da presa che osserva più che giudicare. Alcuni critici internazionali hanno lodato proprio questa capacità di trasformare un concept fantascientifico in una meditazione poetica sul dolore. Altri, invece, hanno trovato il film troppo trattenuto e meno incisivo emotivamente rispetto ai capolavori del passato.
Il tema dell’AI tra emozione e inquietudine
La parte più interessante del film è il modo in cui Kore-eda evita sia il tecnofobismo sia l’esaltazione dell’intelligenza artificiale. L’androide Kakeru non viene mostrato come un mostro né come un miracolo: è semplicemente un’entità nuova, incapace di sostituire davvero il bambino perduto.
Il film suggerisce che la tecnologia possa aiutare a lenire il dolore, ma anche impedirne l’elaborazione. Il rischio non è la ribellione delle macchine, bensì l’incapacità degli esseri umani di lasciare andare i morti.
In questo senso Sheep in the Box dialoga idealmente con opere come Her di Spike Jonze o A.I. Artificial Intelligence di Steven Spielberg, ma conserva un tono molto più sommesso e contemplativo. La metafora del titolo, ispirata al celebre episodio della pecora disegnata ne Il Piccolo Principe, diventa centrale: ciò che non vediamo spesso è più potente di ciò che scegliamo di mostrare apertamente.
Cast e interpretazioni: il lato più umano del film
Le interpretazioni di Haruka Ayase e Daigo Yamamoto sono probabilmente l’elemento più forte dell’opera.
Ayase restituisce un dolore trattenuto ma costante, mentre Daigo costruisce un personaggio più disilluso e diffidente verso la tecnologia. Il loro rapporto di coppia, segnato dall’assenza e dall’incapacità di comunicare, è raccontato con una delicatezza tipica del miglior Kore-eda.
Molto convincente anche il giovane Rimu Kuwaki nel doppio ruolo del figlio reale e della sua replica artificiale, chiamato a interpretare una presenza che è contemporaneamente familiare e aliena.
Verdict: un film imperfetto ma necessario
Sheep in the Box probabilmente non entrerà tra i massimi capolavori di Kore-eda, ma resta un’opera affascinante e coraggiosa. Alcuni passaggi narrativi risultano dispersivi e certe sottotrame sembrano appena abbozzate, tuttavia il film possiede una sensibilità rara nel raccontare il rapporto tra esseri umani e tecnologia.
In un panorama cinematografico dove l’intelligenza artificiale viene spesso usata come spettacolo o minaccia, Kore-eda sceglie una strada diversa: raccontare il dolore, l’assenza e il desiderio impossibile di trattenere chi non c’è più.
Ed è proprio questa dimensione profondamente umana a rendere Sheep in the Box uno dei titoli più discussi e interessanti passati da Cannes 2026.