Un attivismo coerente e lontano dai riflettori politici
A differenza di molte celebrità del suo tempo, Robert Redford ha sempre evitato l’attivismo gridato o polarizzante, scegliendo invece di seguire una bussola interiore che lo ha guidato attraverso decenni di impegno civile e ambientale. Per oltre cinquant’anni è stato membro del consiglio del Natural Resources Defense Council (NRDC), contribuendo attivamente a iniziative cruciali per la salvaguardia del pianeta.
Tra le battaglie più significative, spiccano la protezione delle terre pubbliche negli anni ’70 e l’allarme lanciato sul cambiamento climatico molto prima che diventasse un tema globale.
“Aveva un ottimo senso di ciò che era giusto per lui, e ciò che non lo era”, ha dichiarato il giornalista Ron Brownstein, autore di The Power and the Glitter, libro fondamentale sul legame tra Hollywood e Washington.
L’approccio sobrio ma incisivo di Redford alla politica
Nonostante la sua influenza, Redford ha sempre mantenuto una certa distanza dalla politica partitica. Più interessato a cambiare le cose sul campo che a ottenere applausi, si è occupato di tematiche locali nello Utah – come l’opposizione a una nuova autostrada rurale o il ruolo nel Provo Canyon Sewer District Committee – con la stessa dedizione che metteva nei suoi progetti cinematografici.
Eppure, il suo contributo è stato spesso fondamentale. Negli anni ’80 ha organizzato un summit sul riscaldamento globale che ha anticipato i lavori del vertice ONU della Terra. Nel 2015, ha partecipato ai negoziati di Parigi per il clima, richiamando l’attenzione internazionale sul tema.
Cinema come strumento di cambiamento
Con il Sundance Institute e l’omonimo festival, Redford ha trasformato il cinema indipendente in uno strumento potente di denuncia e riflessione, promuovendo film e documentari che spesso faticavano a emergere nei circuiti mainstream.
Secondo Al Gore, Redford ha avuto “un ruolo storicamente cruciale nel trasformare il cinema indipendente in uno strumento di cambiamento sociale”. Anche il leggendario giornalista Bob Woodward ha riconosciuto il suo ruolo determinante nella realizzazione di All the President’s Men, lodando la sua capacità di raccontare storie “oltre il mainstream”.
Un’eredità tra arte, ambiente e diplomazia
La sua abilità nel unire figure politiche, scienziati e artisti ha spesso dato vita a iniziative concrete, come quando riuscì a bloccare un progetto di centrale elettrica vicino a un parco nazionale, grazie anche all’interesse mediatico che riuscì a generare.
Come ha scritto John Adams, fondatore del NRDC, Redford ha saputo applicare “ogni trucco della sua iconografia e ogni abilità diplomatica” per creare dialogo e collaborazione.
Riconoscimenti bipartisan
Nonostante il suo contrasto con molte politiche dell’amministrazione Trump – tra cui la lotta contro una miniera di carbone vicino al Bryce Canyon – l’ex presidente ha comunque riconosciuto il valore di Redford: “Ha avuto degli anni in cui nessuno era meglio di lui. Era grandioso.”
Anche il governatore dello Utah, Spencer Cox, ha reso omaggio all’attore: “Ha reso il nostro stato una casa per la creatività e la narrazione, condividendola con il mondo.”
Una voce forte, senza urlare
Robert Redford lascia un’eredità profonda, fatta di azioni concrete, visione culturale e rispetto per la natura. Non ha mai voluto trasformare la sua fama in consenso politico diretto, ma ha saputo sfruttarla con intelligenza per sostenere le cause in cui credeva davvero. E questo, forse, lo rende ancora più influente.