Dopo nove anni da Loveless, Andrey Zvyagintsev torna finalmente dietro la macchina da presa con “Minotaur”, presentato in concorso al Festival di Cannes 2026.
È il film più politico e rabbioso della carriera del regista russo, girato lontano dalla propria terra natale in esilio tra Lettonia, Francia e Germania. Un’opera che affronta frontalmente la Russia contemporanea e l’inizio della guerra in Ucraina attraverso un racconto cupo, morale e profondamente simbolico.
Il protagonista Gleb, interpretato da Dmitriy Mazurov, è un dirigente aziendale immerso in un sistema corrotto e disumanizzante. Mentre nella sua azienda alcuni dipendenti vengono improvvisamente licenziati, la sua vita privata implode: la moglie Galina, interpretata da Iris Lebedeva, appare distante e sfuggente, alimentando il sospetto del tradimento.
Un noir morale che trasforma la Russia in un labirinto
“Minotaur” prende ispirazione da Stephane, una moglie infedele di Claude Chabrol, ma Zvyagintsev utilizza il modello del thriller borghese per costruire qualcosa di molto più ampio e devastante.
La crisi matrimoniale diventa infatti il riflesso di una società marcia, dove il potere politico e burocratico protegge la violenza e cancella ogni responsabilità morale. L’omicidio che attraversa il film non è soltanto un fatto privato: è l’eco diretta di una nazione che assiste alla guerra come a uno spettacolo inevitabile.
Il titolo stesso racchiude il cuore simbolico dell’opera. La Russia descritta dal regista è un Minotauro contemporaneo: una creatura mostruosa che divora i propri figli, alimentata da propaganda, nazionalismo e paura.
Una regia monumentale tra tensione e disperazione
Zvyagintsev conferma ancora una volta la sua straordinaria capacità visiva. La macchina da presa si muove lentamente negli ambienti gelidi e impersonali del film, creando una costante sensazione di minaccia invisibile.
Ogni inquadratura sembra costruita per schiacciare i personaggi dentro spazi senza via d’uscita: uffici, corridoi, appartamenti e cieli grigi diventano parte di un unico enorme labirinto morale.
La regia lavora soprattutto sul non detto. I silenzi, gli sguardi e i movimenti minimi generano un’angoscia continua che esplode soltanto in alcuni momenti chiave. Il risultato è un cinema rigoroso e potentissimo, capace di trasformare il dramma familiare in tragedia politica.
Colpisce in particolare il modo in cui il regista utilizza il mito del Minotauro e quello di Icaro: da una parte i giovani mandati al sacrificio come vittime del potere, dall’altra il desiderio impossibile di fuga da un sistema soffocante.
Minotaur è il film più esplicitamente politico di Zvyagintsev
Se Loveless lasciava intuire sullo sfondo la crisi della Russia contemporanea, “Minotaur” abbandona ogni ambiguità e affronta direttamente il tema della guerra e della propaganda di Stato.
Il regista non salva quasi nessuno: imprenditori, burocrati, religiosi e uomini di potere appaiono complici di una macchina collettiva che normalizza la violenza e trasforma la morte in retorica patriottica.
Eppure, sotto la furia politica, rimane profondamente umano lo sguardo rivolto ai giovani soldati spediti al fronte. Sono loro le vere vittime del labirinto, figure sacrificate a un sistema che continua ad alimentarsi di dolore e menzogna.
Presentato a Cannes 2026, “Minotaur” è un’opera severa, monumentale e senza compromessi. Un film che conferma Andrey Zvyagintsev come uno dei più grandi autori del cinema contemporaneo europeo e che trasforma il dramma della Russia attuale in una tragedia universale sul potere, la colpa e l’impossibilità della fuga.