Robert Pattinson arriva al Festival di Venezia 2026 e conquista subito il pubblico del Lido, ma il suo nuovo film, Prime Time, presentato in concorso a Venezia 83, convince decisamente meno. La pellicola di Lance Oppenheim prova a raccontare il lato più oscuro della televisione americana attraverso la storia di un celebre programma televisivo, tra satira, deformazione grottesca e critica al sensazionalismo.

Robert Pattinson, (foto Alberico Bortolin)
Robert Pattinson, il lato oscuro della TV arriva a Venezia
Robert Pattinson conquista il Lido
Completo beige, camicia celeste e occhiali scuri: così Robert Pattinson si è presentato alla darsena del Palazzo del Casinò, accolto dal consueto entusiasmo dei fan.
L’attore è arrivato a Venezia insieme ai colleghi Merritt Wever e Skyler Gisondo per presentare Prime Time, uno dei titoli in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Per Pattinson si tratta di un’altra tappa nel percorso che negli ultimi anni lo ha portato verso ruoli sempre più eccentrici e lontani dai blockbuster che lo hanno trasformato in una star internazionale.
Prime Time racconta la televisione che trasforma tutto in spettacolo
Il film di Lance Oppenheim, prodotto da A24, prende spunto dalla controversa storia di To Catch a Predator, programma televisivo statunitense condotto da Chris Hansen tra il 2004 e il 2007.
Il format utilizzava telecamere nascoste e finte esche online per smascherare uomini adulti che cercavano di incontrare minorenni conosciuti attraverso le chat. Dopo l’incontro nell’appartamento predisposto dalla produzione, arrivava Hansen, pronto a confrontarsi con il presunto predatore, mentre la polizia interveniva per procedere all’arresto.
Una formula che trasformava un’indagine in spettacolo televisivo e che, proprio per la sua natura estrema, aveva attirato un enorme interesse da parte del pubblico.
Prime Time parte da questo universo per costruire una satira del sistema televisivo americano, ma sceglie una strada volutamente deformata e farsesca.

Il cast di Primetime, (foto di Alberico Bortolin)
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Robert Pattinson è Chris Hansen, ma la caricatura prende il sopravvento
Al centro della storia c’è Robert Pattinson, nei panni di una versione cinematografica di Chris Hansen.
L’attore affronta il personaggio portandone all’estremo le caratteristiche: gestualità esasperata, nervosismo, ambizione e una continua ricerca dell’effetto televisivo.
Il problema, però, è proprio questo eccesso.
La performance sembra spingere costantemente sull’acceleratore senza trovare un equilibrio tra grottesco e credibilità. Pattinson costruisce un personaggio sopra le righe, circondato da una squadra di collaboratori altrettanto eccentrici, ma la caricatura finisce per diventare più insistita che divertente.
Il risultato è una satira che spesso sembra non sapere quando fermarsi.
Skyler Gisondo e la storia parallela
Per evitare di trasformare Prime Time in un semplice biopic su Hansen, Oppenheim introduce un secondo protagonista: Daniel Plumb, interpretato da Skyler Gisondo.
È un giovane attore che cerca disperatamente di entrare nel mondo dello spettacolo e che viene coinvolto all’ultimo momento nel meccanismo televisivo come esca.
La sua vicenda dovrebbe aggiungere una dimensione più umana al film, mettendo in parallelo la fame di successo di Hansen con quella di un aspirante attore disposto a entrare in un sistema televisivo sempre più spregiudicato.
L’idea è interessante, ma la costruzione narrativa appare discontinua e non sempre riesce a dare peso alla storia secondaria.
Una satira che non trova il tono giusto
Uno degli aspetti più interessanti di Prime Time è anche quello che finisce per rappresentarne il limite maggiore.
Lance Oppenheim ricrea atmosfere televisive dei primi anni Duemila attraverso cromatismi, illuminazione e soluzioni visive che cercano di restituire l’estetica dei programmi dell’epoca.
Il film alterna così televisione, ricostruzione e deformazione grottesca, nel tentativo di mettere sotto accusa il meccanismo dello spettacolo che trasforma anche situazioni drammatiche in intrattenimento.
Ma la satira finisce spesso per essere schiacciata dalla propria stessa ricerca dell’eccesso.
Più che osservare con ironia il rapporto tra televisione, pubblico e morbosità, Prime Time tende a urlare la propria critica. E quando tutto è caricatura, diventa difficile individuare una vera prospettiva sui personaggi e sulla società che il film vorrebbe raccontare.
Prime Time convince meno delle sue ambizioni
L’operazione di Lance Oppenheim parte da un tema forte: il confine sempre più sottile tra informazione, spettacolo e voyeurismo televisivo.
Il riferimento a To Catch a Predator offre inoltre materiale sufficiente per costruire una riflessione sul potere delle immagini e sulla spettacolarizzazione della giustizia.
Il film sceglie però una strada farsesca che, invece di rafforzare il messaggio, rischia di indebolirlo.
Robert Pattinson si impegna in una performance estremamente fisica e sopra le righe, ma il personaggio finisce per apparire più macchiettistico che realmente inquietante. Anche il racconto procede in modo irregolare, alternando intuizioni interessanti a momenti nei quali la provocazione sembra diventare fine a se stessa.
Prime Time arriva quindi a Venezia con ambizioni importanti, ma lascia la sensazione di un’occasione non completamente sfruttata: un film che vorrebbe essere una satira feroce della televisione americana e che, alla fine, rischia di rimanere intrappolato nella propria caricatura.