Mel Gibson compie 70 anni il 3 gennaio e resta una delle figure più complesse, discusse e affascinanti della storia recente di Hollywood. Attore iconico, regista visionario, produttore indipendente e uomo dalle molte ombre, Gibson è un artista che ha sempre vissuto il cinema come una missione, spesso pagata a caro prezzo sul piano personale e pubblico.
Con la sua barba bianca da profeta e uno sguardo che sembra oscillare tra misticismo e sfida, oggi appare quasi come un moderno Giovanni Battista del grande schermo. Non è un caso che abbia scelto l’Italia — e in particolare Matera — come nuova “terra promessa” per girare La Resurrezione di Cristo, attesissimo sequel de La passione di Cristo, previsto per il 2027 e forse diviso in due parti.
Un uomo, molti numeri, molte identità
La vita di Mel Columcille Gerard Gibson è fatta di momenti cruciali. Nato a Peekskill, nello Stato di New York, figlio di irlandesi americani, cresciuto in Australia, oggi Gibson dichiara apertamente che il suo cuore batte per l’Italia.
La carriera: 30 nomination tra Oscar e Golden Globe, con 8 vittorie complessive. Il momento più alto arriva nel 1995 con Braveheart – Cuore impavido, che conquista cinque Oscar, inclusi Miglior film e Miglior regia. Nel 2016 il ritorno trionfale dietro la macchina da presa con La battaglia di Hacksaw Ridge, che gli vale due statuette e una nuova consacrazione critica.
La vita privata: 11 fratelli, 9 figli, tre relazioni importanti e altrettante fratture. Dal lungo matrimonio con Robyn Moore, concluso con un divorzio milionario, alla tormentata relazione con Oksana Grigorieva, fino all’unione con la sceneggiatrice Rosalind Ross, durata nove anni e resa ufficialmente conclusa solo di recente. I due hanno annunciato la separazione con una dichiarazione congiunta, sottolineando la volontà di restare genitori uniti per il figlio Lars, nato nel 2017.
Attore muscolare, regista spirituale
Definire Mel Gibson solo come attore o solo come regista è riduttivo. Da interprete ha incarnato per anni un’idea di mascolinità potente e irriverente: il guerriero Max Rockatansky nella saga di Mad Max, il detective Riggs di Arma letale, l’eroe patriottico di Il patriota. Ruoli che lo hanno reso un’icona del cinema commerciale tra anni ’80 e ’90.
Ma dietro la macchina da presa emerge un altro Gibson: riflessivo, spirituale, spesso antimilitarista. Ha osato portare al cinema kolossal in lingue antiche (La passione di Cristo in aramaico, Apocalypto in lingua maya), affrontando temi estremi come la fede, il sacrificio, la violenza e la redenzione. Un dualismo che lo rende unico e, allo stesso tempo, difficile da incasellare.
Successi, cadute e ritorni
La carriera di Gibson non è stata lineare. Accanto al successo imprenditoriale della sua casa di produzione Icon, convivono episodi giudiziari, problemi di alcolismo e comportamenti che hanno spesso messo a rischio la sua credibilità pubblica. Eppure, ogni caduta è stata seguita da un ritorno. Un tratto che il cinema ha saputo raccontare bene, come nel film Signs di M. Night Shyamalan, dove Gibson interpreta un uomo in crisi di fede.
Negli ultimi anni ha ridotto le apparizioni da protagonista, scegliendo ruoli più mirati e produzioni di largo consumo, senza rinunciare a progetti personali e ambiziosi. La Resurrezione di Cristo si inserisce proprio in questo percorso: un’opera che promette di riaccendere il dibattito, dividere il pubblico e, ancora una volta, confermare Gibson come un artista incapace di passare inosservato.
Un artista sempre in lotta
Amato, criticato, spesso inseguito dalle polemiche, Mel Gibson resta un uomo in perenne conflitto con sé stesso. Ed è forse proprio questa tensione a renderlo ancora oggi magnetico. A 70 anni, mentre prepara il suo film più atteso, continua a sfidare regole, aspettative e giudizi, confermandosi una figura fuori dal tempo, capace di incarnare il cinema come rischio, fede e provocazione.