Negli ultimi anni, anche in Paesi considerati modelli di democrazia e tutela dei diritti umani, si stanno moltiplicando tensioni tra Stati e minoranze religiose. La Svezia, in particolare, è finita al centro del dibattito per alcune decisioni che hanno coinvolto i Testimoni di Geova e che sollevano interrogativi più ampi sul futuro del pluralismo religioso in Europa.

Per approfondire questi temi abbiamo intervistato Massimo Introvigne, tra i massimi esperti internazionali di sociologia delle religioni e libertà religiosa. Ascolta l’audio dell’intervista

Chi è Massimo Introvigne?

Massimo Introvigne è un sociologo italiano delle religioni. È il fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR), una rete internazionale di studiosi che si occupa dell’analisi dei nuovi movimenti religiosi.
È autore di circa 70 libri e di oltre 100 articoli scientifici nel campo della sociologia della religione ed è stato il principale autore dell’Enciclopedia delle religioni in Italia.
Fa parte del comitato editoriale dell’Interdisciplinary Journal of Research on Religion e del consiglio direttivo di Nova Religio (University of California Press).
Dal 5 gennaio al 31 dicembre 2011 ha ricoperto l’incarico di Rappresentante dell’OSCE per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e la discriminazione, con particolare attenzione alla discriminazione contro cristiani e membri di altre religioni. Dal 2012 al 2015 è stato presidente dell’Osservatorio sulla Libertà Religiosa del Ministero degli Affari Esteri italiano.

Professore Introvigne, lei parla di un regresso della Svezia in materia di pluralismo religioso. Quanto è eccezionale il caso dei Testimoni di Geova nel panorama europeo?

Non si tratta di un caso isolato. In diversi Paesi del Nord Europa, in particolare in Scandinavia, si sta diffondendo l’idea che le religioni siano tollerabili solo se pienamente allineate ai cosiddetti “valori nazionali”. Oggi, però, con questa espressione non si intendono più soltanto i valori tradizionali della democrazia liberale, ma anche i cosiddetti “nuovi diritti”, in particolare l’equiparazione tra matrimonio omosessuale ed eterosessuale. Una visione analoga è presente anche in Danimarca.

In Svezia questa impostazione ha trovato una traduzione normativa concreta: una nuova legge obbliga tutte le confessioni religiose già registrate a sottoporsi a una nuova registrazione, subordinata all’adesione ai valori svedesi. Tra questi è esplicitamente inclusa l’uguaglianza dei diritti delle persone omosessuali, intesa non solo come tutela da violenze o discriminazioni, ma anche come accettazione della piena equivalenza morale e giuridica delle unioni omosessuali rispetto a quelle tra uomo e donna.

Questa normativa ha già prodotto conseguenze rilevanti, portando al rifiuto della registrazione di diverse realtà religiose. Il caso più emblematico e allarmante è quello dei Testimoni di Geova, che risultano colpiti in modo particolare da questo nuovo orientamento legislativo.

Perché il caso svedese è particolarmente allarmante?

Per due motivi. Da un lato, questa normativa ha già portato alla mancata registrazione o al rifiuto di registrazione di numerose realtà religiose, non solo dei Testimoni di Geova. Dall’altro, ed è l’aspetto più grave, esponenti del governo – incluso il Ministro della Cultura – hanno dichiarato apertamente che la legge è stata pensata proprio per colpire i Testimoni di Geova.

Dichiarazioni di questo tipo rivelano un intento discriminatorio esplicito, che è vietato sia dal diritto europeo sia dal diritto internazionale, in particolare dall’International Covenant on Civil and Political Rights delle Nazioni Unite, che ha valore giuridico vincolante e al quale la Svezia aderisce.

Nel suo lavoro lei distingue tra intolleranza, discriminazione e persecuzione. Può spiegarci questa differenza?

Durante il mio mandato all’OSCE ho elaborato quello che viene chiamato il “modello di Roma”, che distingue tre stadi.
Il primo è l’intolleranza, un fenomeno culturale: articoli di giornale, programmi televisivi o siti web che demonizzano una minoranza religiosa.
Il secondo è la discriminazione, che è giuridica: leggi o decisioni dei tribunali che introducono trattamenti diseguali.
Il terzo è la persecuzione, che è violenta: arresti, violenze fisiche, torture o uccisioni, come avviene oggi in Russia.

In Italia siamo purtroppo ancora al livello dell’intolleranza; in Svezia siamo chiaramente nella fase della discriminazione; in Russia, invece, siamo già alla persecuzione vera e propria.

La Svezia è spesso vista come un modello di tutela dei diritti umani. Questo caso mette in crisi quella immagine?

Direi che mette in luce una contraddizione profonda. Oggi assistiamo a un conflitto tra i diritti umani “classici”, codificati dal diritto internazionale, e una serie di “nuovi diritti” che non sono formalmente codificati ma che vengono imposti come se lo fossero.

In nome di questi nuovi diritti, si finisce talvolta per limitare diritti fondamentali come la libertà religiosa. È un problema che non riguarda solo la Svezia, ma molte democrazie occidentali.

Cosa accade quando lo Stato pretende di intervenire nella vita interna delle confessioni religiose?

È una tendenza estremamente pericolosa. Il diritto internazionale riconosce che non solo gli individui, ma anche le organizzazioni religiose, sono titolari di diritti. Questo include il diritto di auto-organizzarsi, di stabilire chi può aderire e chi può essere escluso, secondo criteri teologici.

Lo Stato deve tutelare la libertà dell’individuo di entrare o uscire da una religione, ma non può imporre a una confessione di modificare le proprie dottrine o pratiche interne.

Perché pratiche come l’allontanamento o l’ostracismo vengono spesso presentate come violazioni dei diritti umani?

I tribunali, nella maggior parte dei casi, hanno chiarito che queste pratiche non costituiscono né reati né illeciti civili. La Corte di Cassazione italiana ha affermato che al massimo si può parlare di scortesia, ma la scortesia non è regolabile per legge.

Si può criticare queste pratiche sul piano morale o teologico, ma non giuridico.

Quanto è problematico basare decisioni statali sulle testimonianze di ex membri ostili?

Dal punto di vista metodologico è molto problematico. Gli studi dimostrano che la maggioranza degli ex membri non è ostile al gruppo che ha lasciato. Solo una piccola minoranza – che in sociologia chiamiamo “apostati”, in senso tecnico e non offensivo – conduce campagne attive contro la religione di provenienza.

Basarsi esclusivamente su queste voci distorce la realtà e produce politiche discriminatorie.

Il ruolo delle associazioni antisette è spesso definito ambiguo. In che modo, secondo lei, queste realtà possono influenzare negativamente le politiche pubbliche in materia di libertà religiosa?

Il ruolo delle associazioni antisette è spesso ambiguo, perché il loro obiettivo è quello di convincere lo Stato che alcuni gruppi religiosi siano dannosi e debbano essere limitati o vietati. È importante distinguere tra i gruppi “contro le sette”, che da sempre conducono una polemica di tipo teologico contro ciò che ritengono eretico, e i movimenti antisette veri e propri, nati soprattutto dagli anni Sessanta. Questi ultimi non fanno una critica religiosa, ma utilizzano argomenti secolari, come il presunto lavaggio del cervello o il danno alla famiglia, per giustificare interventi restrittivi. In alcuni Paesi questi movimenti sono marginali, mentre in altri, come Francia, Corea o Giappone, sono più forti, talvolta sostenuti anche da finanziamenti pubblici, e riescono così a influenzare l’opinione pubblica e le politiche sulla libertà religiosa

Qual è, in definitiva, l’obiettivo della Svezia?

Paradossalmente, sembra voler tornare al punto di partenza: finanziare e riconoscere di fatto solo la Chiesa luterana di Stato, che finisce per funzionare come un ministero degli affari religiosi del governo.
Il rischio è che il pluralismo religioso venga svuotato, perché il pluralismo implica anche la coesistenza di visioni del mondo e stili di vita differenti.

Se i tribunali svedesi confermassero queste decisioni, che precedente si creerebbe in Europa?

Sarebbe un precedente molto grave. Limitare la libertà religiosa per il semplice dissenso su temi come il matrimonio omosessuale viola apertamente l’articolo 18 dell’International Covenant on Civil and Political Rights e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Questo porterebbe inevitabilmente a ricorsi presso la Corte europea dei diritti dell’uomo e le Nazioni Unite. È fondamentale contrastare questo andamento prima che si diffonda ulteriormente in altri Paesi europei.

L’analisi di Massimo Introvigne mette in luce una tensione sempre più evidente nelle democrazie occidentali: quella tra l’espansione dei cosiddetti nuovi diritti e la tutela delle libertà fondamentali sancite dal diritto internazionale, a partire dalla libertà religiosa. Il caso svedese, lungi dall’essere un’eccezione, appare come un segnale di un cambiamento più ampio, che rischia di colpire non solo i Testimoni di Geova ma tutte le minoranze religiose non allineate ai valori imposti dallo Stato.

Secondo Introvigne, il vero banco di prova per le società pluraliste non è l’uniformità delle convinzioni, ma la capacità di garantire la convivenza pacifica di visioni diverse, anche quando sono minoritarie o impopolari. In gioco non vi è soltanto il destino di singole confessioni religiose, ma la credibilità stessa dell’Europa come spazio di libertà, diritti e pluralismo.