Il dibattito sul disegno di legge in materia di manipolazione mentale si sta intensificando, coinvolgendo giuristi, magistrati e associazioni impegnate nella tutela dei diritti fondamentali. In questo contesto si inserisce il comunicato pubblicato dalla LIREC, a firma della dott.ssa Di Marzio, che richiama l’attenzione sulla posizione espressa dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM).
L’analisi mette in evidenza le criticità giuridiche e costituzionali del provvedimento, sottolineando come la mancanza di definizioni chiare e di criteri oggettivi possa incidere sulla certezza del diritto e sulle libertà individuali, aprendo scenari di forte complessità applicativa.

Il contesto del disegno di legge sulla manipolazione mentale

Il disegno di legge sulla manipolazione mentale nasce con l’obiettivo dichiarato di prevenire e contrastare pratiche ritenute lesive della libertà psichica dell’individuo. Tuttavia, il tema si presenta complesso e delicato, poiché coinvolge concetti difficili da definire in modo univoco dal punto di vista giuridico, scientifico e psicologico.

Nel comunicato diffuso dalla LIREC, viene evidenziato come la formulazione normativa rischi di sollevare criticità interpretative, soprattutto in assenza di criteri chiari e condivisi per l’accertamento della cosiddetta “manipolazione mentale”.

La posizione dell’Associazione Nazionale Magistrati

Secondo quanto riportato nel contributo pubblicato dalla dott.ssa Di Marzio, l’ANM esprime forti perplessità rispetto all’impianto del disegno di legge. In particolare, emergono preoccupazioni legate a:

  • la vaghezza delle definizioni normative
  • il rischio di lesione del principio di legalità
  • le difficoltà applicative per i magistrati chiamati a valutare condotte basate su elementi psicologici e soggettivi
  • il possibile impatto sulla libertà di pensiero, di associazione e di espressione

L’ANM sottolinea come il diritto penale debba fondarsi su fattispecie chiare, verificabili e oggettivamente accertabili, per evitare derive interpretative e applicazioni arbitrarie.

Il ruolo della LIREC nel dibattito pubblico

Attraverso questo comunicato, la LIREC ribadisce il proprio impegno nel promuovere un confronto aperto e basato su argomentazioni giuridiche e scientifiche. L’associazione richiama l’attenzione sull’importanza di tutelare le persone da eventuali abusi, senza però compromettere diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione.

Il contributo della dott.ssa Di Marzio si inserisce dunque in un dibattito più ampio, che coinvolge giuristi, magistrati, studiosi e cittadini, e che richiede un approccio equilibrato e rigoroso.

Il comunicato LIREC sulla posizione dell’ANM rappresenta un importante spunto di riflessione sul disegno di legge sulla manipolazione mentale. La complessità del tema impone cautela, chiarezza normativa e un dialogo costante tra istituzioni, mondo accademico e società civile, per evitare soluzioni legislative che possano generare più problemi di quanti ne intendano risolvere.

Sei domande alla Dott.ssa Raffaella Di Marzio

Raffaella Di Marzio:

Dott.ssa Di Marzio, perché una legge bocciata a suo tempo dalla Corte Costituzionale viene di nuovo presentata?

Viene presentata di nuovo perché i proponenti, come tutti coloro che vogliono l’approvazione di questo progetto di legge, non conoscono la sentenza della Corte Costituzionale. Non l’hanno letta integralmente, non hanno parlato con le vittime, cioè coloro che sono stati accusati di aver “plagiato” qualcuno. Non conoscendo, giudicano in modo errato.

L’ignoranza è una bruttissima “malattia” che ha pessime conseguenze.

Qual è, a suo avviso, il principale rischio giuridico contenuto nel disegno di legge sulla manipolazione mentale?

Il principale rischio giuridico che questi due disegni di legge presentano, come evidenziato anche dai magistrati, è l’eccessiva indeterminatezza. Le norme, infatti, non precisano quali siano le caratteristiche del reato che si intende punire.

Parlare genericamente di “reato di manipolazione mentale” o di “manipolazione emotiva” non è utile per chi deve amministrare la giustizia, perché mancano gli elementi tipici di una fattispecie penale chiara, che possa essere provata o esclusa. Questo è il lavoro che quotidianamente svolgono il pubblico ministero e l’avvocato difensore.

Ogni reato deve poter essere accertato in modo certo, affinché vi sia certezza della pena oppure certezza dell’innocenza. Quando un reato è talmente indeterminato da dipendere esclusivamente dalla valutazione soggettiva del giudice, ci si trova di fronte a una fattispecie incostituzionale, che non può essere inserita nel nostro codice penale.

Per questo motivo, una norma di questo tipo è stata già dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel 1981.

In che modo la posizione dell’ANM rafforza le preoccupazioni espresse dalla LIREC?

Il comunicato dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, con linguaggio tecnico e giuridico, conferma ciò che il Centro Studi Lirec sostiene da sempre. Negli ultimi vent’anni, ogni volta che si è tentato di reintrodurre questo reato, abbiamo sollevato le stesse criticità e messo in guardia sul pericolo di una legge di questo tipo.

Queste preoccupazioni si basano sui nostri rapporti e sulle testimonianze raccolte da persone che, in alcuni casi, sono state accusate di manipolare mentalmente altri individui. Nei tribunali, tali accuse non trovano alcun riscontro concreto e vengono quindi accantonate, nonostante il reato di manipolazione mentale – un tempo definito come reato di plagio e soppresso nel 1981 – continui a essere evocato.

Nei processi che coinvolgono presunte sette, il concetto di manipolazione viene spesso citato nelle sentenze, ma i giudici aggiungono sempre che non vi è alcun riscontro concreto. La maggior parte di questi procedimenti si conclude con assoluzioni o con condanne per reati non collegati né alle sette né alla manipolazione mentale.

Tutte queste cose noi, come Centro Studi, le conosciamo perché abbiamo rapporti e testimonianze vive e, per questo, le abbiamo sempre dette partendo dal basso; i magistrati le affermano partendo dall’alto, cioè dalla giurisprudenza e da come poi un tribunale deve applicare i reati che vengono contestati alle persone.

Ritiene che il concetto di “manipolazione mentale” possa essere definito in modo oggettivo dal punto di vista giuridico?

Il concetto di manipolazione mentale non ha una definizione assoluta che possa essere utilizzata per accusare qualcuno, perché la manipolazione non è altro che un atteggiamento o una modalità di comportamento utilizzata da tutti: ciascuno di noi la esercita in determinati contesti e la subisce in altri.

Se pensiamo alla pubblicità, ai social network, all’intelligenza artificiale, o alle relazioni familiari e interpersonali, risulta evidente che la manipolazione è presente quotidianamente. Per questo motivo non può diventare un reato in sé.

Affinché una condotta diventi reato, come sottolineano anche i magistrati, sono necessarie caratteristiche specifiche. Tutte le fattispecie in cui la manipolazione si trasforma in abuso sulle persone sono già previste e disciplinate dal codice penale.

Quali potrebbero essere le conseguenze pratiche di questa normativa sull’operato dei magistrati?

Introdurre un reato così indeterminato sarebbe problematico, perché la manipolazione fa parte della quotidianità di ciascuno di noi. Se fosse inserito così com’è pensato, sarebbe, come si disse in passato, una mina vagante: una norma che potrebbe essere applicata indiscriminatamente e colpire chiunque.

Quali alternative legislative potrebbero garantire la tutela delle persone senza compromettere le libertà fondamentali?

Le alternative legislative per proteggere le persone, senza intaccare le libertà fondamentali, sono già previste dai magistrati.

Al termine del comunicato, infatti, è riportato un elenco di fattispecie già presenti nel codice penale che possono difendere i cittadini da questo tipo di abusi. Nel nostro comunicato ne abbiamo indicate molte, corrispondenti esattamente a quelle segnalate dai magistrati; non c’è bisogno di introdurne altre, perché sarebbe superfluo.

In questo modo, utilizzando il codice penale così com’è attualmente, è possibile tutelare le persone dagli abusi senza compromettere le libertà fondamentali.