Le ferite invisibili della violenza psicologica: il lavoro di Doppia Difesa a sostegno delle donne

Quando si parla di violenza sulle donne, il pensiero corre immediatamente alle aggressioni fisiche. Esiste però una forma di abuso molto più difficile da riconoscere, spesso invisibile agli occhi degli altri, ma capace di lasciare conseguenze profonde e durature: la violenza psicologica.

Da quasi vent’anni la fondazione Doppia Difesa, creata dall’avvocata e senatrice Giulia Bongiorno insieme a Michelle Hunziker, è impegnata nell’assistenza alle vittime di violenza, discriminazione e abuso, contribuendo a diffondere una maggiore consapevolezza su un fenomeno che continua a colpire migliaia di donne.

Cos’è la violenza psicologica

La violenza psicologica non lascia lividi sul corpo, ma può provocare danni profondi all’equilibrio emotivo, all’autostima e alla capacità di autodeterminazione della vittima.

Rientrano in questa forma di abuso comportamenti come:

  • insulti ripetuti;
  • umiliazioni pubbliche e private;
  • svalutazioni continue;
  • critiche costanti;
  • minacce;
  • controllo ossessivo della vita quotidiana;
  • isolamento da familiari e amici;
  • ricatti emotivi;
  • controllo economico;
  • manipolazione psicologica e gaslighting.

L’obiettivo di queste condotte è spesso quello di indebolire progressivamente la persona fino a farle perdere fiducia in sé stessa.

Molte donne raccontano di essere arrivate a sentirsi incapaci, ignoranti, inadeguate o addirittura responsabili delle violenze subite. È proprio questo il meccanismo più pericoloso della violenza psicologica: distruggere lentamente l’identità della vittima e renderla sempre più dipendente dal proprio aggressore.

Il ruolo di Doppia Difesa

Fondata nel 2007, Doppia Difesa è diventata una delle realtà più attive in Italia nel contrasto alla violenza di genere.

L’associazione offre assistenza legale, supporto psicologico e orientamento alle vittime, accompagnandole lungo percorsi spesso complessi che vanno dalla denuncia alla ricostruzione della propria autonomia personale ed economica.

Nel corso degli anni la fondazione ha promosso campagne di sensibilizzazione, progetti educativi e iniziative di prevenzione rivolte soprattutto ai giovani, con l’obiettivo di intercettare i segnali di violenza prima che sfocino in situazioni ancora più gravi.

Particolare attenzione è stata dedicata proprio alla violenza psicologica, spesso considerata erroneamente meno grave rispetto a quella fisica.

Una delle campagne più note dell’associazione ha utilizzato una frase destinata a diventare simbolica:

“I lividi del cuore fanno male persino più di quelli sul viso.”

Un messaggio che sintetizza perfettamente la natura di una violenza che non lascia segni evidenti ma può compromettere profondamente la salute mentale e la qualità della vita delle vittime.

Quando la violenza psicologica diventa reato

Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda il profilo giuridico della violenza psicologica.

Contrariamente a quanto molti pensano, non è necessario che vi siano percosse o aggressioni fisiche affinché si possa configurare un reato.

La giurisprudenza italiana ha più volte riconosciuto che umiliazioni, offese, minacce e vessazioni reiterate possono integrare il reato di maltrattamenti in famiglia previsto dall’articolo 572 del Codice Penale.

Ciò che rileva è la sistematicità delle condotte e la capacità di creare nella vittima una condizione di sofferenza, paura e soggezione.

Le sentenze degli ultimi anni hanno confermato che il maltrattamento può manifestarsi anche esclusivamente attraverso comportamenti verbali e psicologici, quando questi determinano un clima di costante mortificazione e sopraffazione.

Anche il controllo economico può assumere rilevanza penale. Impedire a una donna di lavorare, gestire il proprio denaro o raggiungere l’indipendenza economica può infatti rappresentare una forma di violenza e controllo incompatibile con la dignità della persona.

La Convenzione di Istanbul e la tutela delle donne

A livello internazionale, uno dei riferimenti fondamentali è la Convenzione di Istanbul, il principale trattato europeo contro la violenza sulle donne.

Il documento riconosce espressamente la violenza psicologica come una forma di abuso che può causare gravi danni all’integrità della persona e invita gli Stati ad adottare strumenti efficaci per prevenirla, contrastarla e punirla.

L’Italia ha recepito questi principi attraverso una serie di interventi normativi culminati nel cosiddetto Codice Rosso, che ha introdotto corsie preferenziali per la trattazione delle denunce relative a violenza domestica e di genere.

Perché riconoscere i primi segnali è fondamentale

Gli esperti sottolineano come la violenza psicologica rappresenti spesso il primo stadio di un percorso di abuso destinato ad aggravarsi nel tempo.

Il processo è generalmente graduale. Si comincia con una battuta offensiva, una critica costante, una gelosia eccessiva. Successivamente arrivano il controllo, l’isolamento e la svalutazione sistematica della vittima.

Proprio questa progressione lenta rende difficile riconoscere il problema nelle fasi iniziali.

Per questo motivo le attività di sensibilizzazione svolte da associazioni come Doppia Difesa assumono un ruolo fondamentale: aiutare le donne a identificare tempestivamente comportamenti tossici e a chiedere aiuto prima che la situazione degeneri.

Una battaglia culturale ancora aperta

Negli ultimi anni la consapevolezza sul tema è cresciuta, ma la strada da percorrere resta lunga.

La violenza psicologica continua a essere una delle forme di abuso più diffuse e meno denunciate. Molte vittime faticano ancora a riconoscerla, mentre chi osserva dall’esterno tende spesso a minimizzarne gli effetti.

Il lavoro svolto da Doppia Difesa dimostra come la tutela delle donne non passi soltanto attraverso le norme e i tribunali, ma anche attraverso un cambiamento culturale capace di riconoscere che la violenza non inizia con uno schiaffo.

Molto spesso comincia con una parola, un’umiliazione, una critica ripetuta ogni giorno fino a far credere alla vittima di non valere nulla.

Ed è proprio contro queste ferite invisibili che continua la battaglia portata avanti da Giulia Bongiorno, Michelle Hunziker e da tutti coloro che ogni giorno operano per difendere la dignità e la libertà delle donne.

La lotta contro la violenza sulle donne non può essere delegata esclusivamente alle istituzioni, alle forze dell’ordine o alle associazioni che operano sul territorio. È una responsabilità collettiva che coinvolge anche il mondo dell’informazione, chiamato a raccontare, informare e sensibilizzare con rigore e continuità.

Per questo la nostra rivista continuerà a dare spazio a testimonianze, approfondimenti e iniziative che contribuiscono a contrastare ogni forma di violenza di genere, sostenendo il prezioso lavoro svolto da realtà come Doppia Difesa e da tutte le associazioni, i professionisti e i volontari impegnati ogni giorno nella tutela delle donne. Informare significa anche prevenire: accendere i riflettori su questi temi è un modo concreto per favorire una maggiore consapevolezza, promuovere una cultura del rispetto e contribuire alla costruzione di una società più giusta e sicura per tutti.

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