Con Il Vangelo di Giuda, da oggi 2 aprile 2026 nelle sale, Giulio Base realizza uno dei film religiosi più coraggiosi e spiazzanti degli ultimi anni. L’opera, presentata in anteprima al Festival del cinema di Locarno ad agosto 2025, sceglie di raccontare la Passione di Cristo da un punto di vista quasi mai affrontato: quello di Giuda Iscariota. Non si tratta però di un semplice cambio di prospettiva. Base costruisce un viaggio interiore, un monologo dell’anima che accompagna lo spettatore dentro le contraddizioni, le paure e le ferite dell’uomo che consegnò Gesù ai suoi carnefici.

Un’origine segnata dall’oscurità

Il film si apre con un’immagine potente e disturbante: Giuda viene alla luce in un bordello, figlio di una prostituta che muore durante il parto insieme al suo fratello gemello. Cresce, da solo e sfruttato in un ambiente degradato, dove violenza e sopraffazione sono la norma. Da adolescente, dopo aver subito abusi, uccide il proprietario della casa di piacere e ne prende il controllo. È un inizio duro, quasi primordiale, che affonda le radici in tradizioni apocrife e interpretazioni teologiche, rielaborate da Base con libertà creativa e sensibilità personale.

Questa nascita “nel peccato” non è un semplice dettaglio narrativo: è la chiave che apre la domanda centrale del film. Giuda è davvero il simbolo eterno del tradimento o un uomo intrappolato in un destino che non ha scelto? È un malvagio o un ingranaggio necessario nel disegno della salvezza? Il regista, forte anche della sua formazione teologica, affronta questi interrogativi con rispetto e inquietudine, evitando provocazioni gratuite e cercando invece un confronto autentico con lo spettatore.

L’incontro con Gesù: una frattura nella vita di Giuda

La vita del protagonista cambia radicalmente quando assiste a un episodio decisivo: Gesù salva Maria Maddalena – qui presentata come sorella di Giuda – da una lapidazione. È un momento di rivelazione. Giuda abbandona la sua esistenza segnata dalla violenza e decide di seguire il predicatore. Diventa così l’ultimo apostolo, un uomo che cerca una via di redenzione ma che porta dentro di sé un passato impossibile da cancellare.

Nel film, il tradimento non è mai ridotto a un gesto di avidità. È piuttosto un atto ambiguo, quasi inevitabile, che nasce dal conflitto tra libertà e destino. Una scelta che pesa come una condanna, ma che allo stesso tempo sembra iscritta nel percorso stesso della storia.

Una forma cinematografica radicale

Uno degli elementi più sorprendenti dell’opera è la sua struttura. Il Vangelo di Giuda rinuncia quasi del tutto ai dialoghi: la narrazione è affidata alla voce di un Giuda anziano, interpretato da Giancarlo Giannini, che rievoca la propria vita come una lunga confessione. Il protagonista non appare mai in volto: lo spettatore vede il mondo attraverso i suoi occhi, come se fosse intrappolato nella sua coscienza.

La fotografia, essenziale e materica, sfrutta paesaggi mediterranei, il film è stato interamente girato in Calabria, che evocano un’umanità fragile e terrena. La musica, scarna e rituale, contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, quasi meditativa.

Un cast internazionale al servizio di una visione precisa

Accanto alla voce di Giannini, il film schiera interpreti di grande personalità: Rupert Everett dà vita a un Caifa autorevole e inquieto; Paz Vega interpreta Maria; Abel Ferrara veste i panni di Erode; Tomasz Kot è Simone; Vincenzo Galluzzo offre un Gesù asciutto e spirituale; Darko Peric è un Pietro fisico, silenzioso, quasi primitivo.

La scelta di attori così diversi tra loro, spesso lontani dal cinema biblico tradizionale, contribuisce a rendere l’opera imprevedibile e fuori dagli schemi.

Un’opera che provoca e interroga

Il Vangelo di Giuda non è un film rassicurante. È un’opera che divide, che costringe a guardare dentro le zone d’ombra della fede e della natura umana. Base suggerisce che in ognuno di noi esiste un frammento di Giuda: nelle esitazioni, nei compromessi, nei piccoli tradimenti quotidiani.

In questo senso, il film non è solo una rilettura della Passione, ma un invito a riflettere sulla responsabilità personale, sulla colpa e sulla possibilità di essere perdonati. Un’opera che non offre risposte facili, ma che lascia nello spettatore un’inquietudine fertile, capace di continuare a lavorare anche dopo i titoli di coda. 10 a Giulio Base, per la forza e la caratterizzazione di un film davvero ben fatto.