Una fiaba oscura che conquista il Torino Film Festival
Con un titolo che sembra un verso di poesia mistica e una regia che unisce realismo e simbolismo, IDA WHO SANG SO BADLY EVEN THE DEAD ROSE UP AND JOINED HER IN SONG di Ester Ivakič si è imposto come uno dei film più sorprendenti e anticonvenzionali del Torino Film Festival, meritando il Premio Speciale della Giuria.
L’opera affascina per la sua natura ibrida: parte racconto di formazione, parte leggenda rurale, parte dramma interiore. Un film che non somiglia a nulla nel panorama contemporaneo e che conquista per originalità, sensibilità visiva e potenza emotiva.
Trama
Ambientato in un piccolo villaggio dell’Europa dell’Est, il film segue la storia di Ida, una ragazza di diciotto anni considerata da tutti “stonata” – sia nella voce che nella vita. Ida vive con la nonna, l’unica che sembra capire il suo mondo interiore fatto di suoni, visioni e presagi che sfidano la logica.
Un giorno, durante il funerale di un anziano del paese, Ida commette l’errore di cantare. La sua voce ruvida e imperfetta scandalizza la comunità, ma qualcosa di inspiegabile accade: durante la notte, il morto “si alza” dalla bara. Non come un fantasma malvagio, ma come un’anima inquieta che chiede alla ragazza di completare un canto interrotto decenni prima.
Da quel momento, Ida diventa un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Le visioni si intensificano, il villaggio la teme, la nonna la protegge e Ida capisce che la sua voce — considerata un difetto — potrebbe essere un dono capace di guarire vecchie ferite collettive.
La sua missione diventa allora ritrovare il “canto giusto”: quello capace di rimettere in pace il paese e di liberarla dai sensi di colpa e dall’emarginazione.
Analisi critica
Un cinema che unisce spiritualità e realismo
Ester Ivakič lavora su due livelli:
- il realismo rurale, fatto di case di legno, tradizioni antiche, superstizioni;
- il soprannaturale poetico, dove i morti tornano non per spaventare ma per completare ciò che la vita ha negato.
Il risultato è un film che sembra nato da un incontro tra il cinema di Alice Rohrwacher, l’immaginario gotico slavo e la delicatezza del fantasy d’autore.
La voce come metafora dell’identità
Il canto stonato di Ida diventa simbolo della sua marginalità. In un mondo che pretende ordine, armonia e obbedienza, la ragazza rappresenta l’imperfezione che smaschera le ipocrisie della comunità.
La sua voce “sbagliata” — rifiutata dai vivi ma riconosciuta dai morti — assume un valore rivoluzionario:
è con la sua imperfezione che Ida porta verità, memoria e liberazione.
Regia, fotografia e atmosfere
La regia usa spesso piani fissi, luce naturale e un’estetica sospesa. La fotografia predilige:
- nebbie dell’alba,
- interni bui illuminati da candele,
- colori terrosi che ricordano dipinti sacri e iconografie popolari.
Le apparizioni dei morti non sono spaventose: hanno un’aura malinconica, quasi affettuosa, come se cercassero più conforto che vendetta.
La colonna sonora minimalista, fatta di voci e suoni ambientali, amplifica la sensazione di rito antico.
IDA WHO SANG SO BADLY EVEN THE DEAD ROSE UP AND JOINED HER IN SONG è uno dei film più originali e coraggiosi premiati negli ultimi anni al Torino Film Festival. Con un linguaggio cinematografico intimo, poetico e radicato nelle tradizioni dell’Europa orientale, Ester Ivakič firma un’opera che parla di identità, diversità e riconciliazione con il passato.
Un film che non cerca consensi facili, ma emoziona profondamente chi è disposto ad ascoltare — anche quando la voce è stonata, imperfetta, disturbante. Forse, proprio per questo, autentica.