L’amore tra Kennedy e Marilyn tra storia e immaginazione
Cosa accade quando due icone assolute del Novecento — John F. Kennedy e Marilyn Monroe — scendono dal piedistallo del mito per tornare uomini, fragilità, desiderio?
Con Bye Bye Baby, Giovanni Menicocci sceglie la via della finzione narrativa per raccontare una delle storie più affascinanti e misteriose del secolo scorso, intrecciando realtà storica e immaginazione letteraria.
In questa intervista l’autore ci accompagna dentro il romanzo, tra documentazione storica, psicologia dei personaggi e riflessioni sul rapporto tra immagine e identità.

Da dove nasce l’idea di raccontare una vicenda così iconica come quella tra John F. Kennedy e Marilyn Monroe attraverso la finzione narrativa e non la storia documentata?
L’idea è nata anni fa durante una ricerca sul periodo storico di John F. Kennedy. Mentre studiavo la figura del presidente, vidi su una rivista una foto di Marilyn Monroe e le due immagini si “sovrapposero” nella mia mente. Mi affascinava il fatto che due dei personaggi più influenti del ‘900 avessero vissuto una storia d’amore così intensa e misteriosa, di cui si conoscevano solo gossip infondati e pochi fatti concreti.
Quanto ha inciso il mito mediatico dei protagonisti – più dell’uomo e della donna reali – nella costruzione del romanzo?
Inizialmente molto, perché era impossibile evitare di raccontare ciò che hanno significato per la storia e per la cultura. Poi, lentamente, la loro vicenda assumeva i connotati di una passione semplice, come quella di due adolescenti che cercano di non essere scoperti.
Lei ha definito l’opera «romanzo dell’immaginazione». Qual è il confine, per lei, tra finzione letteraria e immaginazione storica in questo libro?
La finzione letteraria emerge laddove non ci sono episodi documentati appartenenti alla vita privata: lì è stato possibile tessere dinamiche nuove. L’immaginazione storica è più labile, perché tutto quello che racconto dal punto di vista politico è successo realmente; ma quando ho dovuto creare degli antagonisti politici a John F. Kennedy, ho preferito inventarli, così da restituire maggiore carisma a questa opposizione.
Nel romanzo Kennedy e Marilyn vengono umanizzati oltre il loro ruolo pubblico: com’è stato lavorare su personaggi così studiati e mitizzati?
Devo ammettere che è stato entusiasmante, perché nonostante nella vita pubblica fossero così raccontati, nel privato avevano delle abitudini curiose come tutti. Ad esempio, realmente Kennedy amava mangiare i muffin di mais, perché erano i prediletti di un altro presidente degli Stati Uniti, Calvin Coolidge; e Marilyn voleva recitare a teatro un personaggio difficile come la Grušenka de I Fratelli Karamazov. Con questi elementi quotidiani, i due miti sono stati umanizzati.
Può raccontare come ha immaginato la psicologia interna di Marilyn, spesso vista solo come simbolo?
Mi sono basato sulla sua infanzia e sui momenti di continuo abbandono, prima del padre e poi della madre, che finì rinchiusa in vari ospedali. «Mamma è in un ospedale psichiatrico. Neanche mi riconosce. Per favore, papà», dice al padre, che nel mio romanzo è un personaggio inventato, perché in realtà Marilyn non lo conobbe mai da adulta.
Questo senso di inadeguatezza rispetto alle possibilità dell’uomo è ciò che la conduce a raggiungere risultati eccelsi dal punto di vista lavorativo, ma labili dal lato sentimentale. A soli trentaquattro anni aveva alle spalle già diversi matrimoni falliti, ma ciò non le impedisce di cercare ancora l’amore. Anche se, spesso, la mira è troppo alta.
In che modo ha bilanciato la tensione tra il desiderio personale e la responsabilità pubblica nei protagonisti?
Il bilanciamento nasce dalle responsabilità del presidente Kennedy, che in ogni momento della giornata è controllato nei movimenti e non ha spazio di manovra personale. Ma il taccuino che segna i suoi spostamenti, in alcune righe era barrato di nero: e in quel nero si può immaginare la vita privata.
Quanto si è documentato sugli eventi storici reali degli anni Sessanta, e come ha deciso quali elementi storici includere o omettere?
Ho letto vari libri, come I mille giorni di John F. Kennedy di Arthur M. Schlesinger Jr., suo consigliere, e quello sui discorsi del suo ghostwriter Ted Sorensen. Da qui ho scelto i momenti più emblematici, come la lotta per i diritti civili e per le innovazioni in ambito tecnologico, come il progetto di sbarco sulla Luna.
Il romanzo si svolge in un periodo segnato da tensioni storiche forti: Guerra Fredda, diritti civili… Come influisce questo sfondo sulla relazione tra i protagonisti?
La relazione tra loro due è una bolla avulsa dalle dinamiche politiche. Quando si incontrano nell’appartamento a New York non guardano il mondo fuori. Quell’appartamento è anche un rifugio, ma senza una reale porta di uscita.
Il romanzo evita un approccio didascalico pur restituendo ambientazioni e clima storico. Quali tecniche narrative ha usato per mantenere credibile la cornice storica?
Mi sono basato sui discorsi di Kennedy, che obiettivamente erano scritti in maniera eccelsa. Così, attraverso le sue parole divulgate alle emittenti televisive, emerge subito il focus su cui si sta concentrando in quel momento, come quando annuncia che, poiché i russi avevano ripreso gli esperimenti nucleari, si avviava la possibilità che anche gli Stati Uniti ricominciassero i test. «Nel caso in cui il graduale ed essenziale perfezionamento delle nuove armi sarà giunto a un punto in cui un progresso effettivo non è più possibile senza tali esperimenti», specificò Kennedy durante il discorso alla popolazione.
Ha considerato l’uso di materiali d’archivio, documenti d’epoca o testimonianze reali nella costruzione dei dialoghi?
Per i dialoghi no, sono completamente inventati. Però sono nati dopo una documentazione attraverso documenti della Casa Bianca e alcune frasi pubbliche pronunciate da Marilyn, che hanno permesso di rendere fluido il loro modo di esprimersi.
Nel raccontare un amore “metafora” del confronto tra immagine e identità, quali scelte stilistiche ritiene siano state determinanti per il tono emotivo del romanzo?
Le scelte stilistiche sono state determinate dall’istintività dei due personaggi, che quando s’incontrano eliminano tutti i sostegni e vivono con ingenuità il loro rapporto, anche a costo di essere “fotografati”, non solo letteralmente, ma anche figurativamente.
Nel mondo odierno, dove la visibilità mediatica è ancora più dominante, cosa pensa possa dire Bye Bye Baby ai lettori contemporanei sul rapporto tra immagine e identità?
Oggi sarebbe più difficile nascondere questo rapporto, perché i social svelano subito quanto accade nel privato. Basti pensare all’uso degli screenshot, che documentano in maniera istantanea un elemento magari pubblicato per errore. Marilyn però è scaltra nel diffondere solo ciò che reputa consono, e credo che anche oggi riuscirebbe a veicolare solo il necessario.
Crede che oggi “personaggi pubblici” e “immagine” siano ancora più intrecciati di allora? Che paralleli vede tra i Kennedy e Marilyn e alcune figure odierne?
Oggi c’è troppa diffusione dell’immagine, che allora era appannaggio solo di persone note e su settimanali o mensili. Ognuno può assurgere a star del web postando foto o video. L’apparato difensivo che occorre creare per filtrare solo ciò che si reputa idoneo è maggiore. Ma è comunque possibile farlo, basta fare attenzione, come quando Marilyn usciva indossando una parrucca, un foulard e occhiali da sole per non farsi riconoscere.
La nuova edizione del romanzo è stata pubblicata proprio nel centenario della nascita di Marilyn Monroe. Quanto ha influito questo anniversario sulla diffusione dell’opera o sulla sua rilevanza?
L’editore ha pensato di pubblicarlo anche in inglese con una distribuzione negli Stati Uniti, proprio per avvicinare il pubblico a questo personaggio. Si stanno preparando molti eventi per questo anniversario: addirittura un famoso brand di abbigliamento ha prodotto una serie di camicie bianche con uno stampo di rossetto. E, per coincidenza, quel brand di camicie era proprio lo stesso usato da John Kennedy.
Perché ha scelto come titolo questa immagine – «Bye Bye Baby» – e come rappresenta, secondo lei, il cuore della storia?
Bye Bye Baby è una canzone cantata da Marilyn in Gli uomini preferiscono le bionde, presente in una scena del film. È sia un invito a restare, sia un effluvio di nostalgia.
Guardando indietro, c’è un episodio o una scena del romanzo che sente più vicina alla sua visione originale?
Credo che il primo incontro tra i due, in una parte remota del giardino della Casa Bianca, sia quello che esemplifica meglio la storia. Si parla di lavoro, ma è solo una scusa per dire altro, con desideri inespressi. Come nella vita reale.
Ha in mente altri progetti che proseguono l’esplorazione di figure reali trasfigurate dalla narrativa?
Il prossimo romanzo sarà sempre ambientato nella Casa Bianca: ormai ne conosco bene ogni anfratto, e sarebbe un peccato non utilizzarlo. Però il protagonista è inventato, anche se prende spunto da un personaggio realmente esistito.
Forse alcune storie non chiedono di essere dimostrate, ma soltanto immaginate.
Kennedy e Marilyn restano due luci lontane nel cielo del Novecento: brillano ancora, anche quando la storia ha spento i riflettori. In Bye Bye Baby, Giovanni Menicocci non cerca di sciogliere il mistero, ma di attraversarlo. Restituisce ai protagonisti un battito, un’incertezza, un frammento di silenzio sottratto ai discorsi ufficiali e alle copertine patinate.
E così, tra una stanza segreta e un giardino della Casa Bianca, l’amore diventa sospensione: un istante fragile che resiste al tempo, come una canzone che sfuma lentamente… ma non smette mai davvero di essere ascoltata.