“Non ci sono atei nelle trincee”: significato oggi

«There are no atheists in foxholes», “Non ci sono atei nelle trincee”. La celebre frase, attribuita al giornalista americano Ernie Pyle durante la Seconda guerra mondiale e ripresa da Dwight D. Eisenhower e Ronald Reagan, è entrata nel linguaggio comune come simbolo della paura estrema che spingerebbe chiunque a rivolgersi a Dio.

Oggi, però, questa espressione sembra assumere un significato diverso: non più soltanto legato alla fragilità umana, ma a una dimensione più complessa e inquietante. (Foto di copertina: fukuro-0wl)

Il ritorno del sacro nei conflitti globali

Nelle crisi contemporanee, segnate da tensioni geopolitiche e conflitti armati, il ricorso a Dio è sempre più frequente nei discorsi pubblici. Leader governativi invocano benedizioni divine nei momenti cruciali, trasformando la religione in uno strumento simbolico di coesione e giustificazione.

Non si tratta necessariamente di un ritorno spontaneo alla fede, quanto piuttosto di una costruzione retorica finalizzata a rafforzare identità e consenso.

Dalla trincea reale a quella politica

La “trincea” oggi non è solo un luogo fisico, ma una condizione mentale e politica. Le nazioni si percepiscono accerchiate e minacciate e cercano una legittimazione superiore per le proprie azioni.

Il riferimento al divino diventa così un modo per sostenere che una causa non sia soltanto giusta, ma inevitabile, quasi imposta da un ordine superiore.

La storia offre precedenti significativi: dallo slogan «Gott mit uns» inciso sulle fibbie dei soldati della Wehrmacht, fino alle Crociate. Anche oggi, retorica politica e invocazioni religiose si intrecciano per attribuire un valore soprannaturale a decisioni profondamente umane.

Il rischio di confondere fede e potere

Questo uso del sacro solleva interrogativi profondi. Se Dio sostiene una parte, cosa accade all’altra? E quando una soccombe, chi ne è realmente responsabile?

Il rischio è che l’appello a una volontà superiore diventi un modo per attenuare o nascondere il peso delle decisioni politiche, spesso legate a interessi concreti. Invocare Dio, sia per la guerra sia per la pace, diventa una scorciatoia simbolica per trasformare il dubbio in certezza.

Il messaggio biblico e la contraddizione della guerra

Dal 1945, su un muro di pietra di fronte al palazzo principale delle Nazioni Unite, è incisa una dichiarazione biblica:

«Trasformeranno le loro spade in aratri e le lance in falci. Le nazioni non saranno più in lotta tra loro e cesseranno di prepararsi alla guerra» (Libro del profeta Isaia 2:4).

A questo si affiancano le parole di Gesù:
«Vi do la mia pace… non vi preoccupate, non abbiate paura» (Vangelo di Giovanni 14:27)
e «Rimetti la spada al suo posto! Perché tutti quelli che usano la spada moriranno colpiti dalla spada» (Vangelo di Matteo 26:52). Non esiste nulla di più contraddittorio che scatenare una guerra e poi pregare il Dio della pace per vincerla o farla cessare. È in questa contraddizione che emerge il rischio più grande: confondere la fede con il potere e il sacro con la strategia politica.