Un addio che pesa: l’Italia saluta Ornella Vanoni

L’Italia perde una delle sue voci più autentiche e libere. Ornella Vanoni, scomparsa improvvisamente nella sua casa milanese a 91 anni, rappresentava da decenni molto più di una cantante: era un mito vivente, o meglio, una presenza affettuosa e irriverente che aveva imparato a essere se stessa senza filtri.
Chi la seguiva nelle ultime domeniche a Che tempo che fa lo aveva colto: quella sua elegante fragilità, unita a un’intelligenza vivace e a un’umoristica noncuranza del politicamente corretto, aveva conquistato un nuovo pubblico, rendendola un’icona trasversale, moderna, irresistibile.

Una carriera lunga settant’anni, un romanzo vero

La storia artistica di Ornella Vanoni è un romanzo italiano. Figlia della borghesia milanese, a vent’anni sceglie l’irrequietezza: diventa «la ragazza della Mala», guidata dal talento visionario di Giorgio Strehler e dal fermento culturale del Piccolo Teatro.
Con Dario Fo, Fausto Amodei, Fiorenzo Carpi e Gino Negri nasce un repertorio rivoluzionario, le celebri Canzoni della Mala: ballate d’autore mascherate da antichi canti popolari. Nascono capolavori come “Ma mi” e “Le mantellate”, canzoni che hanno trasformato Ornella in una performer unica per teatralità e carisma.

L’incontro con la Scuola Genovese e il mito di “Senza fine”

Poi arriva Gino Paoli, e con lui una delle storie più intense e iconiche della musica italiana.
Il loro amore diventa canzone — “Senza fine” — un’istantanea eterna. Con Paoli resterà un’amicizia forte, teatralmente ironica nei concerti condivisi, dove le due personalità si scontravano e si abbracciavano sul palco.

Da lì Ornella trova la sua strada: una voce libera dalle convenzioni melodiche, capace di passare da Piaf a Roberto Carlos, da Tammy Wynette ai grandi autori italiani. Una voce internazionale, elegante, sensuale.

Un’artista capace di reinventarsi sempre

Sergio Bardotti le regala una nuova rinascita con l’album storico “La voglia la pazzia l’incoscienza e l’allegria” accanto a Vinicius De Moraes e Toquinho.
A New York, negli anni ’80, registra Ornella &, un disco fuori dagli schemi: Gil Evans, Herbie Hancock, George Benson, Ron Carter, i fratelli Brecker. Una pagina decisiva della discografia italiana.

E poi ancora: collaborazioni con Lucio Dalla, Fabrizio De André, Gerry Mulligan.
La prima donna a vincere il Premio Tenco come “miglior cantautore”. Un riconoscimento che consacra la sua creatività, sempre personale, sempre controcorrente.

Un’icona che parlava alle nuove generazioni

Negli ultimi anni Ornella Vanoni aveva trovato un nuovo pubblico.
Il 90° compleanno celebrato con “Ti voglio” insieme a Elodie e Ditonellapiaga; poi il progetto “Diverse” per BMG; e ancora il libro-diario “Vincente o perdente” scritto con Pacifico.
Il suo modo di raccontarsi — a volte sbilenco, spesso irresistibile — aveva creato una nuova connessione con i più giovani, che la vedevano come un esempio di libertà, ironia e autoironia.

Una vita piena, una fine improvvisa

Ornella Vanoni è rimasta sé stessa fino alla fine: curiosa, vitale, mai appiattita dalle mode. Una donna che non ha mai accettato di diventare solo “un classico”, perché la sua vita — spettacolare, intensa, sorprendente — continuava ad alimentare il presente.

Si è spenta improvvisamente nella sua casa di Milano.
Ma la sua voce, i suoi racconti, la sua ironia incandescente resteranno nella memoria collettiva.
Perché Ornella Vanoni è stata — e resta — una delle più grandi interpreti che la musica italiana abbia mai conosciuto.