Il 10 marzo 2026 alle ore 20:30 il Cinema Massimo di Torino ospita l’anteprima del film “Don’t Let the Sun”, opera prima della regista Jacqueline Zünd.
L’evento è organizzato dal Museo Nazionale del Cinema, dall’AMNC – Associazione Museo Nazionale del Cinema e dalla Cineteca Milano.
La proiezione si terrà nella sala 2 del Cinema Massimo (via Verdi 18) e sarà seguita da un incontro con la regista Jacqueline Zünd e con il produttore Gianfilippo Pedote.
Il costo del biglietto è di 7,50 euro, con riduzione a 5 euro.
Una storia distopica sulle relazioni umane
“Don’t Let the Sun” racconta un futuro non troppo lontano in cui il caldo estremo ha reso la Terra quasi invivibile durante il giorno. Per questo motivo la vita sociale si svolge interamente di notte.
In questa realtà apparentemente organizzata e funzionale, le relazioni umane si sono progressivamente svuotate.
Il protagonista Jonah lavora per un’agenzia che fornisce “sostituti affettivi”, attori incaricati di interpretare ruoli emotivi nella vita delle persone che non riescono più a sostenere relazioni autentiche.
La sua esistenza cambia quando viene ingaggiato per interpretare il padre di Nika, una bambina diffidente e chiusa in sé stessa. L’incontro con la piccola inizierà lentamente a incrinare la maschera emotiva dietro cui Jonah si protegge.
L’attore protagonista Levan Gelbakhiani ha ottenuto il Pardo per la migliore interpretazione nella sezione Cineasti del Presente al Festival di Locarno.
Il film nasce da un’idea scoperta in Giappone
L’ispirazione del film arriva da una scoperta fatta dalla regista durante le riprese del documentario Almost There nel 2016 in Giappone.
«Ho scoperto un’agenzia in cui è possibile assumere attori professionisti per interpretare qualsiasi ruolo nella propria vita – racconta Jacqueline Zünd –. Possono essere un amico, un partner, un figlio o persino i partecipanti a un funerale».
Secondo la regista, questo fenomeno non riguarda solo la cultura giapponese, ma rappresenta una prospettiva inquietante anche per le società occidentali.
Il film diventa così una riflessione sulla fragilità delle relazioni nell’epoca post-digitale, ponendo interrogativi sull’intimità, sulla vicinanza emotiva e sul bisogno umano di connessione.
Relazioni, clima e solitudine
Nel mondo immaginato da Zünd non è la tecnologia a creare distanza tra le persone, ma la crisi climatica.
Le temperature della Terra sono diventate talmente alte da costringere le persone a restare al chiuso durante il giorno e vivere solo di notte.
Questo ribaltamento del ritmo quotidiano trasforma situazioni comuni in scenari sospesi e quasi irreali: un cortile scolastico illuminato da luci artificiali o una spiaggia rischiarata dalla luna diventano luoghi di incontro e riflessione.
Il film non offre risposte definitive, ma solleva domande profonde:
- è sbagliato sostituire l’intimità con relazioni “simulate”?
- i rapporti a pagamento sono davvero meno autentici?
- ogni relazione non è in fondo uno scambio?
Milano come città del futuro
La storia è ambientata in una città cosmopolita in cui convivono persone provenienti da tutto il mondo, che comunicano tra loro in inglese.
Per rappresentare questo scenario la regista ha scelto il complesso residenziale Monte Amiata nel quartiere Gallaratese di Milano, progettato dagli architetti Carlo Aymonino e Aldo Rossi.
Le forme essenziali e l’architettura brutalista degli edifici creano un paesaggio urbano sospeso tra familiarità e visione futuristica, che riflette visivamente la solitudine e la vulnerabilità dei personaggi.