In occasione del Giorno della Memoria 2026, vogliamo ricordare le vittime dell’Olocausto attraverso una storia poco conosciuta ma estremamente significativa: quella dei Testimoni di Geova perseguitati dai nazisti. L’articolo pubblicato dalla Dott.ssa Raffaella Di Marzio approfondisce il dramma vissuto da questa comunità, soffermandosi in particolare sulla vita di Simone Arnold-Liebster, una giovane ragazza Alsaziana che subì persecuzioni, separazioni e violenze fin da bambina.
Le parole di Elie Wiesel sono più attuali che mai: “Dimenticare l’Olocausto sarebbe uccidere una seconda volta”. È grazie alla memoria dei sopravvissuti come Simone che possiamo riflettere sulle ingiustizie del passato e coltivare la difesa dei diritti umani nel presente.
Per approfondire questi temi, abbiamo intervistato la Dott.ssa Raffaella Di Marzio, autrice dell’articolo, per comprendere meglio la storia dei Testimoni di Geova, le esperienze di Simone e l’importanza di mantenere viva la memoria.
I Testimoni di Geova sotto il nazismo
I Testimoni di Geova furono uno dei gruppi più perseguitati nel Reich nazista:
- Oltre 10.700 Testimoni tedeschi e 2.700 europei subirono persecuzioni dirette.
- Circa 2.800 dalla Germania e 1.400 dall’Europa occupata furono internati nei campi di concentramento.
- Tra loro 1.250 minorenni, con 600 bambini strappati ai genitori.
- Almeno 1.700 persero la vita, tra cui 282 giustiziati per obiezione di coscienza e 55 morti in custodia o unità penali.
I prigionieri portavano il triangolo viola, simbolo della loro appartenenza religiosa, e subivano violenze fisiche e psicologiche quotidiane. Nonostante ciò, dimostrarono resilienza, dignità e solidarietà verso altri internati.
La storia di Simone Arnold-Liebster

Infanzia interrotta e persecuzione
Simone Arnold-Liebster nasce il 17 agosto 1930 in Alsazia, in una famiglia di Testimoni di Geova. Con l’invasione tedesca del 1940, la scuola diventa un luogo di controllo e repressione: gli insegnanti, ormai allineati al nazismo, perseguitano chiunque non segua i principi nazionalisti.
La giovane Simone subì:
- abusi fisici e psicologici;
- espulsione dal liceo;
- separazione dalla madre nell’aprile 1943;
- internamento in un riformatorio nazista a Costanza, con lavori forzati e violenze mentali.
Se non fosse stata liberata, sarebbe stata deportata in un campo di concentramento all’età di soli 15 anni.
La forza della fede e della solidarietà
Nonostante la violenza, Simone e gli altri Testimoni di Geova dimostrarono una resistenza morale straordinaria:
- Aiutavano altri detenuti, spartivano il cibo e curavano i malati;
- Mantennero la loro fede e i valori morali anche sotto pressioni estreme;
- Dimostrarono dignità umana e comportamenti morali elevati, come osserva Bruno Bettelheim, risultando spesso più “protetti” psicologicamente rispetto ad altri prigionieri.
La storia di Simone è un esempio di come la resilienza spirituale e psicologica possa sostenere l’essere umano anche nelle condizioni più disumane.
Il messaggio della memoria
Le vicende di Simone e dei Testimoni di Geova ricordano che nessuna forma di persecuzione può essere dimenticata. Fondazioni come la Fondazione Arnold Liebster raccolgono testimonianze e storie per educare le nuove generazioni:
“Possano gli argomenti di riflessione, le testimonianze e i racconti aiutare a comprendere come l’intolleranza sfoci nella persecuzione e nello sterminio”.
Il Giorno della Memoria diventa così un’occasione per trasmettere valori universali: dignità, coraggio, libertà e solidarietà, affinché il passato tragico non si ripeta.
Intervista alla Dott.ssa Raffaella Di Marzio

Per approfondire l’articolo e comprendere il contesto storico, abbiamo intervistato la Dott.ssa Raffaella Di Marzio, autrice del pezzo sulla vicenda di Simone Arnold-Liebster.
Dott.ssa Di Marzio, nel suo articolo lei parte da una citazione di Elie Wiesel molto forte. Che cosa significa, oggi, “uccidere una seconda volta” attraverso l’oblio, e quali rischi vede nel modo in cui la memoria viene talvolta celebrata?
La citazione è molto efficace perché mette in evidenza la gravità dell’oblio, cioè del perdere la memoria del genocidio e della malvagità umana. Se dimentichiamo quello che è accaduto noi ci prepariamo a rinnovare la tragedia che invece ha la forza, se tenuta viva nella memoria, di spaventarci per le atrocità perpetrate in passato e darci la forza e la volontà di reagire non appena vediamo i primi segni del male per bloccarlo quando è ancora in germe.
La storia di Simone Arnold-Liebster colpisce perché racconta la persecuzione di una bambina. In che modo le vicende dei minori perseguitati dal nazismo, come i figli dei Testimoni di Geova, possono parlare con particolare forza alle giovani generazioni di oggi?
La storia di Simone può essere di ispirazione se raccontata ad altri bambini e giovani che non hanno vissuto le atrocità che lei ha sperimentato da giovanissima. Questa storia può far comprendere ai giovani quanto siano fortunati a vivere in un mondo senza quella violenza e quei soprusi e potrebbe spingere i più sensibili ad impegnarsi in prima persona per diffondere questa storia ad altri bambini e ad altri giovani. Così facendo potrebbero discutere dei valori e dei diritti umani che allora furono violati in modo da comprenderne a fondo il significato e l’importanza. Inoltre, la reazione di Simone e dei suoi genitori alla violenza, pacifica e resiliente, potrebbe insegnare loro che alla violenza non si deve rispondere con altra violenza, per non perpetuare l’odio e dare inizio a nuove guerre.
Lei sottolinea l’importanza di ricordare tutte le vittime dell’Olocausto, indipendentemente da etnia, religione o orientamento politico. Perché, secondo lei, alcune memorie sono rimaste più a lungo ai margini del racconto pubblico?
Io penso che la persecuzione dei Testimoni di Geova, dei Rom, dei Sinti e di altre categorie sia passata sotto silenzio per molto tempo perchè queste categorie di persone sono ancora viste dal grande pubblico attraverso la lente offuscata degli stereotipi. Su di loro in un modo diverso continua a pesare l’ignoranza e il pregiudizio delle persone ignoranti o in malafede.
Nel suo articolo emerge con chiarezza il tema della resistenza di coscienza, soprattutto attraverso la fede dei Testimoni di Geova. In che modo questa forma di resistenza, non armata ma profondamente etica, mette in discussione l’idea tradizionale di eroismo?
L’eroismo dei testimoni di Geova non è una resistenza armata, ma si fonda sulla fedeltà a Geova e ai suoi insegnamenti che non contemplano odio e violenza contro i nemici, ma amore verso tutti, anche verso di loro. Tuttavia questo eroismo non è vigliaccheria, perchè molte testimonianze ricordano che i Testimoni di Geova nei campi di concentramento rifiutavano di obbedire agli ordini quando questi andavano a colpire altri internati e rischiavano la vita per aiutare persone più deboli e sole.
Ricordare l’Olocausto non significa solo commemorare il passato, ma assumersi una responsabilità nel presente. Le storie come quella di Simone Arnold-Liebster ci ricordano che la persecuzione nasce sempre dall’intolleranza e dall’indifferenza, e che la difesa della dignità umana passa spesso da scelte silenziose ma radicali.
Nel Giorno della Memoria, dare spazio anche alle vittime meno conosciute non è un atto di aggiunta, ma di giustizia storica. Perché la memoria, per essere autentica, deve essere completa. E perché solo ricordando tutti possiamo davvero dire: mai più. Leggi l’articolo completo su:
Giorno della Memoria: Dimenticare l’Olocausto sarebbe uccidere una seconda volta