Cosa rimane oggi dell’uomo che ondeggiava stralunato in un completo grigio extralarge diventato icona pop? Tutto. E forse ancora di più. A oltre quarant’anni da Stop Making Sense, il film concerto che ha scolpito nell’immaginario collettivo la figura del leader dei Talking Heads, David Byrne torna in Italia e conquista il Teatro degli Arcimboldi con due serate del tour “Who Is The Sky?”.
A 73 anni, l’ex mente pensante della band newyorkese dimostra che il tempo, con lui, sembra essersi limitato a cambiare colore ai capelli. Lo spettacolo milanese è un organismo vivo: due ore dense, coreografiche, concettuali, eppure attraversate da una leggerezza contagiosa. Un concerto che è insieme metateatro, riflessione politica e celebrazione della comunità.
Una band in movimento, tra teatro e visione
Niente postazioni fisse, niente batteria ancorata al suolo. La band – dodici musicisti e performer – suona in movimento, strumenti a tracolla come protesi naturali del corpo. Byrne, in completo blu simil-operaio, dirige questa “sarabanda” con eleganza asciutta: canta, danza, recita, scherza.
Alle spalle del gruppo, grandi schermi avvolgono la scena con immagini di palazzi newyorkesi, oceani, campi di grano e cieli stellati. È uno spettacolo costruito in controtendenza rispetto ai mega-show contemporanei: niente effetti speciali invasivi, ma un’idea forte di spazio e racconto.
L’apertura è affidata a “Heaven”, tratta da Fear of Music. Sullo schermo appare la Terra vista dallo spazio: fragile, unica. “È l’unica che abbiamo”, ricorda Byrne. Il pubblico risponde con un boato.
Dai capolavori con Brian Eno ai classici immortali
Il cuore pulsante del concerto arriva con “Houses in Motion” e “Once in a Lifetime”, figlie di Remain in Light, il capolavoro prodotto da Brian Eno nel 1980. Loop, stratificazioni, poliritmie: un laboratorio sonoro che ha anticipato buona parte dell’alternative contemporaneo.
Con “(Nothing But) Flowers”, da Naked, Byrne evoca una distopia ecologista di bruciante attualità, mentre “Slippery People” trasforma il funk in riflessione sull’inganno e sulla fede.
Il momento più intimo arriva con “My Apartment Is My Friend”, tratto dall’ultimo lavoro “Who Is The Sky?”: sullo schermo scorrono le immagini del suo appartamento newyorkese. È un Byrne vulnerabile, consapevole del tempo che passa, mai patetico.
Quando partono le note di “This Must Be the Place (Naive Melody)”, il teatro si alza in piedi. La canzone, diventata anche titolo del film di Paolo Sorrentino, è un inno all’amore e allo spaesamento. Un brano che ha superato il tempo e le generazioni.
Politica, ironia e resistenza gentile
Basta la linea di basso di “Psycho Killer” per trasformare la sala in una bolgia degna della New York underground degli anni ’80, quella del CBGB. Il celebre “fa-fa-fa-fa-fa-fa” viene cantato all’unisono.
Ma è con “Life During Wartime” che lo show si fa apertamente politico: scorrono immagini di proteste contro Trump, operazioni dell’Ice e scenari di conflitto globale. Byrne parla di “love and kindness” come nuova forma di punk: “Amore e gentilezza sono una resistenza”, afferma introducendo “What Is the Reason for It?”, accompagnata dalle immagini degli italiani sui balconi durante il lockdown.
C’è spazio anche per l’ironia di “T-shirt” e per deviazioni sorprendenti come “Air”. Il set alterna con naturalezza i brani dell’ultimo disco al repertorio dei Talking Heads, senza indulgere nella nostalgia, ma riaffermando il valore dello stare insieme in un mondo diviso.
Un finale che è dichiarazione d’intenti
Il gran finale è affidato a “Burning Down the House”: impossibile restare seduti. La sala diventa una festa collettiva, una comunità temporanea che vibra all’unisono.
Byrne si definisce “un tipo ordinario”, ma sul palco resta un intellettuale in movimento, una “testa parlante” che ha insegnato al rock a riflettere su sé stesso. Usa la leggerezza come strumento critico, intrecciando politica e danza, solitudine e ironia.
Alla fine, viene naturale pensarlo: questo non è solo un concerto. È il luogo in cui, per due ore, tutto trova senso. In tempi cupi, David Byrne dimostra che un live può ancora essere uno spazio di pensiero, gioia e resistenza gentile. E che, forse, “This must be the show”.