Roma, dal nostro inviato Massimo Marcelli

Dopo otto anni di silenzio cinematografico, Daniel Day-Lewis riappare sotto i riflettori. Ma non è solo un ritorno: è un passaggio di testimone. L’attore britannico, tre volte premio Oscar, ha deciso di tornare sul set per amore del figlio Ronan, esordiente alla regia con il film “Anemone”, presentato oggi ad Alice nella Città e in arrivo nelle sale italiane il 6 novembre con Universal.

In conferenza stampa, alla domanda sul perché di un’assenza così lunga, Day-Lewis non ha avuto bisogno di molte parole. Ha indicato Ronan, accanto a lui, e ha sorriso. Quel gesto ha detto tutto.

Foto: Massimo Marcelli

“Anemone”: una storia di legami, guerra e redenzione

Il film è un intenso dramma familiare che racconta la storia di Ray (interpretato da Day-Lewis) e Jem Stoker (Sean Bean), due fratelli separati da vent’anni e uniti da un passato ingombrante: il conflitto nord-irlandese, i Troubles, che ha lasciato cicatrici indelebili nelle loro vite. Mentre Ray ha scelto l’auto-esilio, Jem ha trovato conforto nella fede e nella sua nuova famiglia, composta da Nessa (Samantha Morton) e dal figlio Brian (Samuel Bottomley).

Il film esplora i fili sottili e dolorosi dei legami familiari, dei rimorsi e delle seconde possibilità.

Un progetto padre-figlio che nasce da lontano

“Già da quando era bambino io e Ronan creavamo cose insieme”, racconta Day-Lewis. “Questo film è solo un’estensione di quello che succedeva allora”.
E aggiunge con sincerità: “Non riuscivo più a tollerare alcuni aspetti pubblici del lavoro: l’esibizionismo, l’essere sempre al centro. Non mi sentivo mai a mio agio, nemmeno alle feste… così mi sono fermato. Ma Ronan mi ha riportato a casa”.

Dal canto suo, Ronan Day-Lewis ha dichiarato che dirigere il padre è stato “facilissimo”, grazie alla familiarità e alla profonda collaborazione nella scrittura della sceneggiatura. Un processo che ha unito due generazioni e due visioni artistiche.

Foto: Massimo Marcelli

L’eredità familiare: tra arte e ombre

Daniel Day-Lewis ha anche parlato del proprio rapporto con il padre, Cecil Day-Lewis, poeta e scrittore di fama: “Era una figura ingombrante, egocentrica. La casa girava attorno alle sue esigenze di scrittore. Eppure era anche gentile, comprensivo. Purtroppo è morto quando avevo solo 14 anni, e non abbiamo mai davvero parlato… tranne quando combinavo guai. Forse era l’unico modo per avere la sua attenzione”.

Nonostante ciò, l’attore si dice grato per l’eredità culturale ricevuta: “Sono cresciuto in una casa piena di libri. I miei genitori erano custodi della lingua inglese, e questa immersione nella tradizione ha lasciato un segno profondo”.

Un pensiero su Gaza: “Due popoli mal rappresentati”

Infine, a chi ha chiesto un’opinione sulla tragica situazione a Gaza, l’attore ha risposto con rispetto e misura:
“Non è una questione che si può liquidare in due parole. Posso solo dire che sono due popoli mal rappresentati“.

Con “Anemone”, il ritorno di Daniel Day-Lewis non è solo una notizia per cinefili e fan, ma un esempio di come l’arte possa unire le generazioni. Un film che promette emozioni forti, una regia nuova e una storia toccante sui legami familiari, tra passato e presente.