Silvia Mari De Santis: CEDU e Testimoni di Geova

La recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) rappresenta un passaggio storico nel dibattito sulla libertà religiosa in Italia. La Corte di Strasburgo ha condannato lo Stato italiano per la discriminazione subita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova in relazione alla mancata conclusione dell’intesa prevista dall’articolo 8 della Costituzione.

Per approfondire le implicazioni giuridiche e sociali di questa decisione abbiamo intervistato Silvia Mari De Santis, Vice Capo Redattrice Centrale dell’Agenzia DIRE, giornalista da anni impegnata nell’approfondimento dei temi legati ai diritti fondamentali, alla libertà religiosa e al pluralismo. Con la sua analisi offre una lettura chiara della sentenza, delle sue conseguenze per lo Stato italiano e del valore che questo pronunciamento potrebbe avere per tutte le confessioni religiose e, più in generale, per la tutela dei diritti civili in Europa.

Silvia, per capire meglio la condanna della CEDU, qual è la situazione concreta da cui nasce questo caso?


La vicenda nasce dal fatto che la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova è stata ritenuta dallo Stato italiano meritevole di stipulare un’intesa prevista dall’articolo 8 della Costituzione. Tuttavia questo riconoscimento non è mai stato concretizzato.

Di fatto l’Italia, per oltre quarant’anni, ha mantenuto una situazione di stallo che ha impedito ai Testimoni di Geova di accedere anche ai benefici previsti dall’intesa, come ad esempio l’8×1000.

La CEDU ha riconosciuto che questa situazione costituisce una violazione degli articoli 9 e 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, relativi alla libertà religiosa e al divieto di discriminazione.

Nel tempo sono stati fatti numerosi tentativi, sin dalla fine degli anni Settanta, ma tutti si sono arenati.

A questo si aggiunge un altro elemento: in Italia spesso i Testimoni di Geova sono stati raccontati dai media con modalità che, secondo diversi osservatori, sfiorano il linguaggio d’odio, contribuendo ad alimentare stereotipi e pregiudizi.

Perché si è arrivati a questo punto?

Tre Presidenti del Consiglio hanno firmato l’intesa, ma non è mai stata approvata definitivamente. Perché?


Le motivazioni sono probabilmente molto complesse. Dal punto di vista della sicurezza è difficile individuare quale possa essere il reale problema. I Testimoni di Geova conducono una vita profondamente coerente con il proprio credo religioso, mantenendo una forte autonomia rispetto agli stili di vita predominanti in una società ormai largamente secolarizzata.

Proprio questa loro diversità sembra generare un clima culturale di sospetto.

L’ho osservato anche nei procedimenti di separazione familiare, dove il fatto che uno dei genitori sia Testimone di Geova può essere guardato con diffidenza nei giudizi sull’affidamento dei figli. È il segnale di un pregiudizio che va oltre il singolo caso.

La CEDU sembra aver affermato che l’intesa con lo Stato diventa un vero e proprio diritto. Cosa cambia?


Da oggi le istituzioni non possono più ignorare questa situazione. Non adeguarsi alla pronuncia della Corte apre un problema giuridico importante. Inoltre questa sentenza potrebbe dare origine ad altri ricorsi, anche relativi a singole vicende personali.

Per questo motivo lo Stato italiano dovrà affrontare seriamente questa situazione.

Com’è oggi la libertà religiosa in Italia?

Come descriverebbe il rapporto tra Stato e libertà religiosa?


Formalmente in Italia ognuno è libero di professare la religione che desidera. Nella pratica, però, chi vive il proprio credo in modo autentico viene spesso guardato con sospetto.

La società italiana è profondamente secolarizzata. Molti si definiscono cattolici soprattutto per tradizione, ma chi sceglie una vita religiosa intensa, che si tratti dei Testimoni di Geova, della Chiesa Valdese, di comunità cattoliche o della fede musulmana, rischia spesso di essere discriminato.

Per questo ritengo che la libertà religiosa sia ancora oggi un principio pienamente affermato sul piano teorico, ma molto meno nella realtà.

Quali effetti avrà questa decisione sulle altre confessioni religiose?

Questa sentenza può influenzare anche le confessioni che non hanno ancora un’intesa con lo Stato?


Credo proprio di sì. La decisione della CEDU rappresenterà uno stimolo anche per le altre confessioni religiose affinché insistano nel vedere riconosciuti i propri diritti.

In Italia continua ad avere un peso storico e culturale la presenza della Chiesa Cattolica, ma il panorama religioso del Paese è profondamente cambiato. Credo che il tema della libertà religiosa diventerà sempre più centrale.

Laicità dello Stato e tutela delle minoranze religiose

Come si può conciliare la laicità dello Stato con la tutela delle minoranze religiose?


È un equilibrio delicato. Nei luoghi pubblici deve essere garantita la neutralità dello Stato, rispettando sia chi professa una religione sia chi non ne ha alcuna. Al tempo stesso non bisogna arrivare all’estremo opposto, cioè eliminare ogni riferimento alla dimensione spirituale.

La spiritualità rappresenta una componente importante della persona e va rispettata, purché nessuna religione venga imposta agli altri.

Questa decisione potrà diventare un precedente anche per altri Paesi europei?


Penso di sì. È una sentenza molto importante che richiama l’attenzione anche sul modo in cui vengono raccontate le minoranze religiose.

Troppo spesso l’informazione dà spazio esclusivamente a testimonianze negative o a chi ha lasciato una determinata confessione religiosa, offrendo un quadro incompleto.

Esiste inoltre il tema delle persecuzioni subite dai Testimoni di Geova in alcuni Paesi, come la Russia, dove continuano arresti, perquisizioni e condanne.

Qual è il principio giuridico più importante affermato dalla sentenza?


Il principio dell’uguaglianza nella libertà religiosa. Ogni persona ha il diritto di professare liberamente la propria fede, purché siano rispettati la Costituzione, la sicurezza dello Stato e i diritti degli altri cittadini.

La spiritualità è una dimensione fondamentale dell’essere umano e questa sentenza lo ricorda con forza.

Qual è, secondo te, la lezione più importante di questa vicenda?


Dovremmo imparare a diffidare dei pregiudizi. Molte convinzioni diffuse sui Testimoni di Geova derivano da informazioni raccontate in modo superficiale o incompleto.

Penso, ad esempio, al tema delle trasfusioni di sangue: spesso viene presentato in modo estremamente semplificato, mentre esistono aspetti medici, etici e giuridici molto più complessi. Proprio il confronto su questi temi ha contribuito anche allo sviluppo di alternative terapeutiche e all’evoluzione del consenso informato.

Prima di giudicare una comunità religiosa è fondamentale approfondire i fatti e distinguere gli stereotipi dalla realtà.

Una sentenza destinata a incidere sul futuro della libertà religiosa

La decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo segna un passaggio importante nel rapporto tra Stato italiano e confessioni religiose. Al di là degli effetti giuridici immediati, la sentenza riporta al centro del dibattito pubblico un tema fondamentale: il rispetto della libertà religiosa e il diritto di ogni cittadino a professare la propria fede senza discriminazioni.

Come emerge dalle riflessioni di Silvia Mari De Santis, il vero banco di prova non sarà soltanto l’adeguamento delle istituzioni alla pronuncia della CEDU, ma anche la capacità della società e dell’informazione di superare stereotipi e pregiudizi. Perché una democrazia matura si misura anche dalla tutela concreta delle sue minoranze e dalla garanzia che i diritti fondamentali siano realmente uguali per tutti.

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