«I film possono cambiare il mondo, ma non in modo politico». È questa la frase che ha acceso la miccia alla Berlinale 2026, trasformando Wim Wenders nel bersaglio di critiche feroci a Potsdamer Platz e nelle piazze europee segnate dalle manifestazioni pro Palestina, da Roma a Parigi.

Il presidente della giuria del festival berlinese è stato accusato di silenzio e ambiguità sul conflitto israelo-palestinese, dopo aver invitato a «far parlare il cinema e non la politica» durante la conferenza stampa inaugurale della Berlinale.

Tra i firmatari di una lettera contro l’organizzazione del festival figura anche Javier Bardem, insieme ad altri artisti che hanno denunciato una presunta censura sul tema Gaza.

Le parole di Wenders: “Il cinema entra nella discrepanza”

Wenders ha articolato il suo pensiero in modo più ampio rispetto a quanto sintetizzato dalle polemiche:

«Nessun film ha mai cambiato le idee politiche di qualcuno, ma possiamo cambiare l’idea che le persone hanno di come dovrebbero vivere.»

Secondo il regista tedesco, il cinema può inserirsi nella frattura tra cittadini e governi, offrendo uno spazio di riflessione più duraturo rispetto alla velocità e alla sovrasaturazione del dibattito online.

Durante la serata conclusiva, Wenders ha ribadito che il cinema è più resistente all’oblio rispetto alla breve durata dell’attenzione su Internet, cercando di riportare il festival su un piano culturale dopo giorni segnati da interventi politici sul palco.

Gaza al centro della cerimonia

La situazione a Gaza ha attraversato tutta la 76ª edizione della Berlinale.

La regista libanese Marie-Rose Osta ha vinto l’Orso d’Oro per il miglior corto con Someday a Child, ma ha rifiutato il premio in segno di protesta.

Il palestinese Abdallah Alkhatib, premiato per Chronicles From the Siege, ha accusato il governo tedesco di sostenere Israele, ricevendo applausi ma anche contestazioni dal pubblico.

In apertura, la direttrice artistica Tricia Tuttle aveva dichiarato che un festival non può risolvere i conflitti del mondo, ma può offrire uno spazio di complessità e ascolto reciproco.

Orso d’Oro 2026: vince Yellow Letters

Ad aggiudicarsi l’Orso d’Oro è stato Yellow Letters del regista tedesco İlker Çatak.

Il film racconta la storia di una coppia di artisti schiacciata dalla censura del regime turco, costretta a reinventarsi tra repressione politica e compromessi morali. Wenders ha definito l’opera «una terrificante premonizione» capace di parlare a tutti i paesi dove si avvertono segnali di dispotismo.

Gli altri premi della Berlinale 2026

Il Gran Premio della Giuria è andato a Kurtuluş di Emin Alper, racconto tra azione e memoria sul ritorno di un clan esiliato.

L’Orso d’Argento – Premio della Giuria è assegnato a Queen at Sea di Lance Hammer, intenso ritratto familiare sul tema della vecchiaia e della memoria.

Il premio per la migliore interpretazione è andato a Sandra Hüller per Rose, ambientato nel XVII secolo e costruito attorno a un segreto identitario che emerge progressivamente.

Premio condiviso come migliori attori non protagonisti a Tom Courtenay e Anna Calder-Marshall per Queen at Sea.

La migliore sceneggiatura è stata assegnata a Nina Roza di Geneviève Dulude-de Celles, mentre il contributo artistico eccezionale è andato a Yo (Love is a Rebellious Bird) di Anna Fitch.

Un festival tra polarizzazione e delusione

La Berlinale 2026 sarà ricordata più per le tensioni politiche che per la forza della selezione cinematografica.

Il dibattito su Gaza, le lettere aperte firmate da autori come Ken Loach e Tilda Swinton, le proteste in sala e le polemiche sulla neutralità del festival hanno segnato un’edizione fortemente polarizzata.

Resta la domanda posta da Wenders: il cinema deve intervenire direttamente nella politica o può incidere in modo più profondo, cambiando la percezione della vita e delle relazioni umane?

In un tempo dominato dalla velocità e dalla radicalizzazione, la Berlinale conferma di essere non solo una rassegna cinematografica, ma uno specchio delle tensioni culturali e geopolitiche del presente.