Nel silenzio delle campagne invernali, dove il volo degli uccelli migra come un respiro millenario fra continenti, si nasconde talvolta un nemico invisibile: l’influenza aviaria. Un virus che si muove con le rotte degli stormi, che si adatta, muta, sorprende, e che richiede occhi vigili e competenze profonde per essere compreso e contenuto.
In questo scenario complesso, abbiamo incontrato il dottor Calogero Terregino, direttore del Laboratorio di Referenza Europeo per l’Influenza Aviaria presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, una delle voci più autorevoli in Europa nel monitoraggio e nella gestione di questo fenomeno.
Con lui abbiamo attraversato lo stato attuale dell’epidemia, gli impatti sugli allevamenti, il ruolo dei flussi migratori e le garanzie per la sicurezza alimentare, per offrire al lettore uno sguardo lucido e approfondito su una sfida che non riguarda solo il mondo animale, ma l’equilibrio stesso del nostro rapporto con l’ambiente.

Parlando di influenza aviaria, qual è l’attuale situazione in Italia e in Europa? Si può parlare di una crescita esponenziale dei focolai?

Sì. Quest’anno, soprattutto dall’inizio della stagione autunno-invernale, i casi di influenza aviaria negli uccelli selvatici — che rappresentano il serbatoio naturale del virus — sono aumentati oltre le attese. Anche se osservando i report degli ultimi cinque anni notiamo oscillazioni costanti nella presenza del virus sia nella fauna selvatica sia in quella domestica, nei mesi invernali c’è sempre un incremento dei casi.

Quest’anno, tuttavia, per una serie di motivi — in particolare il coinvolgimento di specie molto sensibili come le gru in Germania o i cigni in varie parti d’Europa, Italia compresa — la mortalità di massa è risultata più elevata rispetto agli anni precedenti.

Attualmente il virus ha una fortissima diffusione. In Europa ha coinvolto 28 Paesi e, dall’inizio della stagione autunnale, si contano oltre 2.500 casi complessivi, di cui circa 380 nel pollame. L’escalation ha sorpreso parzialmente gli esperti, anche se oscillazioni di questo tipo sono note e possono dipendere, ad esempio, da un’immunità parziale negli uccelli selvatici o da caratteristiche del virus che ne aumentano la diffusività.

L’elevata circolazione nel selvatico provoca una forte contaminazione ambientale. Di conseguenza, anche piccole brecce nelle misure di biosicurezza possono consentire l’ingresso del virus negli allevamenti.

In Italia il primo caso è stato rilevato in Friuli Venezia Giulia il 29 settembre, un anticipo rispetto agli anni precedenti. In quella zona il caso è rimasto isolato, ma in seguito il virus è entrato in contesti molto più densi di allevamenti avicoli— Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna — dove il numero di allevamenti è elevato.
Attualmente contiamo 30 focolai, la maggior parte in Lombardia, soprattutto nella provincia di Mantova, dove l’elevata concentrazione di allevamenti ha favorito una diffusione secondaria significativa negli ultimi giorni.
La provincia di Verona, grazie anche ai fermi programmati e ad altre misure attuate nei mesi estivi, registra per ora un numero più contenuto di casi.

Quindi è la Lombardia, al momento, la regione più colpita?

Sì, attualmente in Lombardia sono stati identificati 13 focolai, il numero più alto tra le regioni italiane.

Le migrazioni degli uccelli selvatici quanto incidono sulla diffusione del virus in Italia?

In Italia e in Europa l’ingresso del virus nel pollame è determinato quasi esclusivamente dai flussi migratori degli uccelli selvatici. Fortunatamente non abbiamo situazioni come in alcuni Paesi in via di sviluppo, dove il commercio di pollame infetto rappresenta una via importante di diffusione.

Il virus è ormai endemico nella fauna selvatica. Da circa 25–30 anni i virus ad alta patogenicità, discendenti di un ceppo originatosi nel 1996 in Cina, si sono diversificati in molte varianti. Nel 2014 è emerso il clade 2.3.4.4b, caratterizzato da una particolare capacità di riassortimento con i virus a bassa patogenicità presenti da secoli negli uccelli selvatici.
Questo ha portato alla comparsa di varianti adattate a diversi ospiti aviari.

Gli spostamenti anche di migliaia di chilometri, le aggregazioni durante la riproduzione, la muta e nelle aree di svernamento — dove si concentrano milioni di individui — facilitano enormemente la circolazione virale.
Alcune specie si sono adattate al virus: non manifestano più sintomi e fungono da portatrici sane, mentre altre sono ancora molto suscettibili e possono ammalarsi o morire quando entrano in contatto col virus.

Parlando degli allevamenti, le misure di prevenzione richieste agli allevatori sono sempre più rigide. Come stanno incidendo sui costi di produzione? E questo può tradursi in un aumento del prezzo delle uova?

Gli allevatori, da alcuni anni e in parte per obbligo normativo, devono rispettare misure di biosicurezza sia strutturali — spesso con interventi di riqualificazione costosi — sia gestionali, come la partecipazione obbligatoria a corsi di formazione.

Questi investimenti hanno avuto un impatto economico, spesso assorbito direttamente dagli allevatori, con un riflesso minimo sui prezzi al consumo.

I costi maggiori, invece, derivano dal mercato globale delle materie prime: mangimi, energia, vaccini, prodotti veterinari. Le fluttuazioni sono dovute a fattori come instabilità geopolitica, guerre, cambiamenti climatici, costi energetici. Questi elementi incidono molto più dell’influenza aviaria.

Quando si verifica una forte riduzione della produzione — come negli Stati Uniti, dove una grande epidemia ha colpito il settore delle ovaiole — i prezzi possono salire sensibilmente.
In Italia, durante la grande epidemia del 2021-2022 e anche l’anno scorso, alcuni grandi allevamenti di ovaiole sono stati colpiti: con un patrimonio di circa 40 milioni di galline ovaiole, il 10% è stato coinvolto. Ne è derivata una riduzione significativa della produzione e un aumento dei prezzi, comunque contenuto.

Non posso fornire una percentuale precisa sull’aumento del costo delle uova, anche perché le grandi aziende possono compensare acquistando dall’estero. L’Italia è quasi autosufficiente (circa 97%) e la piccola quota mancante può essere coperta grazie alle importazioni, limitando gli effetti sul mercato interno.

Un ulteriore esempio: gli Stati Uniti avevano richiesto l’importazione di uova italiane, ma l’Italia ha rifiutato poiché avrebbe compromesso il fabbisogno nazionale e i contratti già in essere. Questo sistema di contratti salvaguarda il consumatore italiano.

Il consumatore deve preoccuparsi? Quali misure adottate, anche a livello europeo, per garantire la sicurezza delle uova e dei prodotti avicoli?

In Italia e in Europa esistono regolamenti molto rigorosi. È attivo tutto l’anno un piano di sorveglianza nazionale con controlli mirati, intensificati nelle aree ad alta vocazione avicola e nei periodi di maggior rischio, come l’inizio delle migrazioni invernali.

La rete di monitoraggio — che include fauna selvatica, allevamenti e segnalazioni da parte degli allevatori — permette di intercettare rapidamente il virus. L’influenza aviaria causa un’altissima mortalità in tempi rapidissimi, quindi i focolai non possono passare inosservati: tutti gli animali e i prodotti vengono immediatamente sequestrati e distrutti.

In Italia è praticamente impossibile che un consumatore possa entrare in contatto con prodotti avicoli provenienti da allevamenti infetti. Gli allevatori vengono risarciti, spesso con importi superiori al valore di vendita degli animali, e non hanno alcun interesse a nascondere un focolaio.
Il sistema di collaborazione tra istituzioni e aziende è ben rodato e garantisce la massima sicurezza per il consumatore.

Mentre la natura continua il suo ritmo antico, fatto di partenze e ritorni, l’influenza aviaria ci ricorda quanto fragile e interconnesso sia il tessuto della vita.
Dalle parole del dottor Terregino emerge una verità preziosa: la scienza non è solo vigilanza, ma anche responsabilità condivisa, collaborazione, capacità di leggere i segnali del mondo selvatico per proteggere quello domestico.

Nel continuo dialogo tra uomo, animali e ambiente, ogni dato analizzato, ogni focolaio intercettato, ogni misura di biosicurezza adottata diventa un filo che rafforza la trama della sicurezza collettiva.
E così, anche in un contesto complesso come l’influenza aviaria, rimane saldo un messaggio di fiducia: con conoscenza, coordinamento e consapevolezza, è possibile trasformare l’incertezza in controllo e l’allarme in prevenzione.

Quali tecnologie o strategie innovative si stanno adottando per prevenire nuovi contagi negli allevamenti?

Per prevenire nuovi casi è importante innanzitutto capire dove si nasconde il virus. Da alcuni anni, oltre alla sorveglianza con campioni raccolti dagli animali, sia selvatici sia domestici, abbiamo sviluppato dei campionatori passivi delle acque che ci permettono di identificare il virus eliminato da volatili selvatici negli specchi d’acqua dove vivono e metodi di laboratorio sempre più sensibili.

Sul territorio inoltre ci sono misure che si basano sui controlli negli allevamenti avicoli sulla corretta applicazione delle misure di biosicurezza, riduzione della densità delle specie più sensibili al virus nelle aree a maggior rischio e in futuro si intende usare il vaccino nelle categorie di pollame più sensibile specifico per questi nuovi ceppi circolanti in Europa.

Come valuta l’efficacia delle politiche di prevenzione e gestione attuate finora?

L’industria avicola è una realtà molto specializzata e complessa, il numero di allevamenti in alcune aree è tra i più alti al mondo, il fatto che anche negli anni peggiori si siano infettati meno dello 0,5% degli allevamenti presenti nel nord Italia ci fa pensare che le misure adottate sono state piuttosto efficaci. Ma dobbiamo e possiamo fare ancora di più.

Quali rischi emergenti vede per la prossima stagione invernale o per il 2026?

In questo inverno mi aspetto un aumento dei casi almeno fino a fine gennaio, poi la situazione dovrebbe tornare via via alla normalità. La presenza endemica del virus negli uccelli selvatici in Europa e in altri continenti ci porta a pensare che nuove epidemie ci saranno ancora nei prossimi anni.  

Che messaggio principale vorrebbe trasmettere agli allevatori e ai cittadini riguardo l’aviaria? 

Il sistema di controllo in Italia garantisce la sicurezza dei prodotti avicoli, ma con costi molto alti. Dobbiamo adattarci a questa nuova situazione epidemiologica dell’influenza aviare, essere più furbi del virus e utilizzare al meglio tutti gli strumenti di lotta a disposizione quali biosicurezza, gestione del territorio, sorveglianza e vaccinazione. Il contrasto efficace a questa malattia così complessa si fa solo se tutti, industria, istituzioni, centri di ricerca, remano nella stessa direzione, come in realtà da alcuni anni si sta già facendo. Insieme si possono mettere in campo strategie sempre più efficaci a tutela del consumatore e con enormi risparmi per la collettività.

Biografia dott. Calogero Terregino

Responsabile del Dipartimento di Scienze Biomediche Comparate presso Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Venezie e del Laboratorio di Referenza Europeo, e Nazionale per l’influenza aviaria e la malattia di Newcastle

In questa veste, coordina e promuove attività di diagnosi, sorveglianza e prevenzione nel campo delle malattie virali animali altamente diffusive e a potenziale zoonotico.

Nel corso degli anni ha elaborato, gestito, coordinato o ha partecipato attivamente in differenti progetti di ricerca a livello nazionale ed internazionale che hanno avuto ed hanno come oggetto principale argomenti di virologia con particolare rifermento alle malattie causate da virus quali Orthomixovirus, Paramyxovirus, Coronavirus, Lyssavirus e Flavivirus.

E’ autore e co-autore di 350 pubblicazioni inclusi lavori originali su riviste internazionali e nazionali, abstract su atti di convegni e capitoli di libri.